Il Tirreno

La storia di “Bigio”

Scultura di Dazzi da simbolo fascista a icona gay

“L’era fascista”, o “Bigio”, come appariva in piazza a Brescia
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“L’era fascista”, o “Bigio”, come appariva in piazza a Brescia

Da simbolo fascista a "icona gay": è il singolare destino della grande scultura realizzata dall'artista carrarese Arturo Dazzi per celebrare i fasti del Duce, e che dopo essere stato collocato a Brescia in piazza della Vittoria nel novembre del 1932, adesso giace (da 65 anni...) nei magazzini della città lombarda

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CARRARA. Da simbolo fascista a "icona gay": è il singolare destino della grande scultura realizzata dall'artista carrarese Arturo Dazzi per celebrare i fasti del Duce, e che dopo essere stato collocato a Brescia in piazza della Vittoria nel novembre del 1932, adesso giace (da 65 anni...) nei magazzini della città lombarda. La storia della statua è raccontata da "Bresciaoggi", in un lungo articolo a firma di Ivan Carli. Mussolini chiamò quel grandioso giovane aitanto "Era fascista", ma fin da subito i bresciani lo ribattezzarono, in senso spregiativo, "Bigio", ovvero (a parte una traduzione ancor più scurrile) persona senza qualità. Detto anche "Il Biancone", alto ben 7,50 metri, svettava sulla fontana della piazza: ma le sue nudità provocarono proteste e discussioni; subì perfino un attentato che gli spezzò un piede, e nel primo dopoguerra, fu messo giù e riposto in un magazzino.

A Brescia ora ci sono due partiti: chi vorrebbe che rimanesse per sempre al chiuso, chi invece - come la comunità gay - vorrebbe riportarlo al suo posto.
Le proteste continuarono dopo la fine della guerra, quando il «Bigio» fu atterrato e portato a dormire in un magazzino di via Rose, dove si trova tuttora.

Su Bresciaoggi si ricorda che fu Dazzi a offrire a Brescia la sua collaborazione: il compenso pattuito fu di 300mila lire. La fontana era invece progettata da Marcello Piacentini e - scrive Ivan Carli - doveva ricordare l'Italia uscita vittoriosa dalla prima guerra mondiale ed esaltare la capacità innovatrice del fascismo. Titolo ispiratore: «La Giovinezza d'Italia». Dazzi pensò di porre sul perimetro della fontana un giovane aitante. Il blocco di marmo di Carrara di partenza era 52 tonnellate. Chi usciva dal "Caffè Impero" aveva come "panorama" le natiche del colosso: il locale bresciano passò alla storia - racconta il giornale - come "Èl cafè dè le ciape".

Non solo: gli attributi virili del giovane di marmo - lo scultore aveva scelto il nudo della classicità - spinsero il vescovo del tempo, monsignor Giacinto Gaggia, a scrivere una lettera a suore e preti, affinché evitassero piazza della Vittoria se non per ragioni inerenti al loro ministero. Poi fu messa una foglia metallica a mo' di mutande. Nel 1945 a lanciare una campagna contro "Bigio" fu il sindaco Guglielmo Ghislandi: propose di eliminare dalla piazza lo "sconcio pupazzo", perché emblema del periodo fascista. Poi, come detto, l'attentato: furono spezzati un piede e un braccio, e saltò via anche la foglia copri-attributi.

Andreina Vanoni, moglie di Arturo Dazzi (1881-1966), dopo la morte del marito chiese a Brescia di ricomprare la statua inutilizzata, per colocarla nel museo dedicato alle opere dello scultore. Brescia rispose di no - racconta ancora Carli - spiegando che la statua faceva parte del patrimonio artistico e che pertanto tale sarebbe rimasta.

E fra chi rivorrebbe il "Bigio" in piazza c'è la comunita gay che lo ha eletto a propria icona e - conclude Bresciaoggi - ha intenzione di organizzare una grande festa, se davvero tornerà al suo posto.

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di Redazione web