MASSA
Marocchino seviziava la moglie condannato a due anni
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Ancora violenza su una donnaLa costringeva la non uscire di casa e la picchiava per niente. Non solo: con la lama arroventata di un coltello le bruciava la carne. L'avvocato di partecivile presenterà appello contro una condanna che in molti ritengono troppo lieve. La donna è fuggita in Francia, dove ha trovato ospitalità dal fratello. È tornata a Massa solo per raccontare in aula quello che aveva subito
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MASSA. Ha seviziato la giovane moglie per mesi. La costringeva a non uscire di casa e se non ascoltava i suoi ordini passava la punta di un coltello sul fuoco e poi le bruciava la carne con la posata arroventata. L'uomo, un marocchino di 45 anni, è stato condannato a 2 anni. Con la condizionale.
Per qualcuno una condanna troppo mite rispetto alle sevizie subite dalla donna, una bella ragazza che non ha ancora compiuto i trenta anni. Tra questi anche il pubblico ministero, Federico Manotti, che di anni per Mohammed Zaihir ne aveva chiesti otto, proprio perché i segni lasciati sul corpo della consorte rimarranno indelebili. Voleva il massimo della pena il pm, invece il giudice Ermanno De Mattia ha accolto la richiesta delle attenuanti generiche fatta dal difensore dell'imputato Enzo Frediani e ha concesso il minimo previsto dal codice penale. Perché il magrebino era incensurato.
Non è una storia d'amore finita male quella tra Mohammed e Rachida, perché di sentimenti quella coppia non ne aveva mai provati. Il loro era stato un matrimonio combinato, come impone tradizione marocchina. Il padre di lei si era messo d'accordo con il futuro sposo e la sua famiglia. E così si è celebrato il matrimonio. Poi il viaggio verso l'Italia, a Massa, dove l'uomo aveva una casa a Romagnano e un lavoro nel settore della nautica. L'idillio, però, se mai c'è stato, è durato ben poco.
Mohammed ha cominciato a essere geloso della sua donna, anche perché lei non gli obbediva. O meglio non eseguiva alla lettera i suoi ordini. Che poi erano delle imposizioni belle e buone: non doveva uscire di casa da sola, non poteva neppure parlare con altre donne, doveva sempre stare insieme a lui e soprattutto doveva vestirsi secondo le usanze del loro paese. Doveva coprirsi, insomma. Altrimenti gli altri uomini la guardavano.
Ogni volta che Rachida faceva qualcosa che al marito non piaceva veniva rinchiusa in casa a doppia mandata. E quando disobbediva in maniera inaccettabile - secondo il punto di vista di Zaihir - ecco che arrivavano le botte. Fino alle sevizie. Alla donna bastava vedere l'uomo andare a prendere il coltello in cucina e accendere il fornello della cucina per mettersi a piangere, per supplicare il suo carceriere di fermare quell'orrore.
Parole inutili, perché Mohammed non ha mai provato rimorso per quello che le faceva. E quelle piaghe che in una delle udienze ha mostrato al giudice resteranno lì per sempre a testimoniare il suo martirio.
Un supplizio finito circa un anno fa, durante l'ennesima punizione corporale. Rachida non ce l'ha fatta a soffocare le urla. È riuscita a scappare da quella casa degli orrori e si è rifugiata dai vicini. Loro l'hanno portata all'ospedale, dove i medici hanno visto quelle brutte ustioni e l'hanno medicata restituendole quella dignità che l'uomo che le aveva imposto di sposare il padre le aveva rubato. Così Zaihir è stato arrestato. È finito in cella per qualche giorno e poi ai domiciliari. Intanto lei era fuggita in Francia, dove ha trovato ospitalità dal fratello. È tornata a Massa solo per raccontare in aula quello che aveva subito.
L'operaio magrebino lunedì tornerà a lavorare, come ha sempre continuato a fare dopo la concessione dell'obbligo di dimora nelle ore notturne. Forse non si è neppure reso conto di quello che ha fatto alla moglie. Anzi, per fortuna di Rachida, all'ormai ex moglie.
Per qualcuno una condanna troppo mite rispetto alle sevizie subite dalla donna, una bella ragazza che non ha ancora compiuto i trenta anni. Tra questi anche il pubblico ministero, Federico Manotti, che di anni per Mohammed Zaihir ne aveva chiesti otto, proprio perché i segni lasciati sul corpo della consorte rimarranno indelebili. Voleva il massimo della pena il pm, invece il giudice Ermanno De Mattia ha accolto la richiesta delle attenuanti generiche fatta dal difensore dell'imputato Enzo Frediani e ha concesso il minimo previsto dal codice penale. Perché il magrebino era incensurato.
Non è una storia d'amore finita male quella tra Mohammed e Rachida, perché di sentimenti quella coppia non ne aveva mai provati. Il loro era stato un matrimonio combinato, come impone tradizione marocchina. Il padre di lei si era messo d'accordo con il futuro sposo e la sua famiglia. E così si è celebrato il matrimonio. Poi il viaggio verso l'Italia, a Massa, dove l'uomo aveva una casa a Romagnano e un lavoro nel settore della nautica. L'idillio, però, se mai c'è stato, è durato ben poco.
Mohammed ha cominciato a essere geloso della sua donna, anche perché lei non gli obbediva. O meglio non eseguiva alla lettera i suoi ordini. Che poi erano delle imposizioni belle e buone: non doveva uscire di casa da sola, non poteva neppure parlare con altre donne, doveva sempre stare insieme a lui e soprattutto doveva vestirsi secondo le usanze del loro paese. Doveva coprirsi, insomma. Altrimenti gli altri uomini la guardavano.
Ogni volta che Rachida faceva qualcosa che al marito non piaceva veniva rinchiusa in casa a doppia mandata. E quando disobbediva in maniera inaccettabile - secondo il punto di vista di Zaihir - ecco che arrivavano le botte. Fino alle sevizie. Alla donna bastava vedere l'uomo andare a prendere il coltello in cucina e accendere il fornello della cucina per mettersi a piangere, per supplicare il suo carceriere di fermare quell'orrore.
Parole inutili, perché Mohammed non ha mai provato rimorso per quello che le faceva. E quelle piaghe che in una delle udienze ha mostrato al giudice resteranno lì per sempre a testimoniare il suo martirio.
Un supplizio finito circa un anno fa, durante l'ennesima punizione corporale. Rachida non ce l'ha fatta a soffocare le urla. È riuscita a scappare da quella casa degli orrori e si è rifugiata dai vicini. Loro l'hanno portata all'ospedale, dove i medici hanno visto quelle brutte ustioni e l'hanno medicata restituendole quella dignità che l'uomo che le aveva imposto di sposare il padre le aveva rubato. Così Zaihir è stato arrestato. È finito in cella per qualche giorno e poi ai domiciliari. Intanto lei era fuggita in Francia, dove ha trovato ospitalità dal fratello. È tornata a Massa solo per raccontare in aula quello che aveva subito.
L'operaio magrebino lunedì tornerà a lavorare, come ha sempre continuato a fare dopo la concessione dell'obbligo di dimora nelle ore notturne. Forse non si è neppure reso conto di quello che ha fatto alla moglie. Anzi, per fortuna di Rachida, all'ormai ex moglie.
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