Il Tirreno

IMPRENDITORIA

«È finita l'era dei signori»

Alessandra Vivoli /
Franco Barattini la sua cava e gli studi d’arte Michelangelo
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Franco Barattini la sua cava e gli studi d’arte Michelangelo

Un'altra voce del mondo del marmo. Questa volta quella di un imprenditore simbolo della città: Franco Barattini, il patron della cave Michelangelo. Lui non è uno dei «signori del marmo». Non discende dalle famiglie storiche che si sono passate le cave di generazione in generazione. Si è fatto da solo. E, oggi le sue aziende - una segheria al piano e due cave, l'Amministrazione e il Polvaccio - non sono in difficoltà

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CARRARA. Un'altra voce del mondo del marmo. Questa volta quella di un imprenditore simbolo della città: Franco Barattini, il patron della cave Michelangelo. Lui non è uno dei «signori del marmo». Non discende dalle famiglie storiche che si sono passate le cave di generazione in generazione. Si è fatto da solo. E, oggi le sue aziende - una segheria al piano e due cave, l'Amministrazione e il Polvaccio - non sono in difficoltà. Ma i tempi sono duri, per tutti. Basta sapere come comportarsi. E Barattini su questo ha le idee chiare. «A Carrara gli imprenditori del marmo non sono più baroni, ma devono essere padri di famiglia. Se un'azienda va male gli ultimi a saltare sono gli operai».

Era un ragazzo di fatica, oggi ha 50 operai. Parla schietto Franco Barattini. Ha 69 anni, portati con grinta. E 57 li ha vissuti nel mondo del marmo. Prima come ragazzo di fatica, poi come imprenditore: oggi ha 50 operai, estrae uno dei bianchi più pregiati delle Apuane ed è stato l'unico marmista da cui ha fatto tappa, nel suo viaggio a Carrara del 2004 da presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Da autodidatta Barattini è diventato mecenate: in segheria, accanto ai blocchi ci sono gli studi d'arte dove ora sta lavorando Maurizio Cattelan alla sua ultima opera.

«Il tempo dei baroni del marmo è finito». Franco Barattini è prima di tutto un imprenditore-lavoratore: «Qui non bisogna darsi delle arie, i tempi dei baroni del marmo sono finiti - dice - c'è solo da rimboccarsi le maniche».
Ogni mattina alle cinque è il primo ad arrivare nella cava del Polvaccio, quella da cui Michelangelo ha estratto il marmo della Pietà. «Per ora al monte si lavora, la crisi qui si sente meno rispetto al piano - ammette Barattini - Ma le difficoltà ci sono. La prima? La gente sempre più spesso non paga: tu mandi blocchi, lastre in giro per il mondo e non vedi i soldi. Questo sta cominciando a diventare un problema serio».
Insomma nel mondo del marmo di Carrara i tempi sono difficili. Per tutti. Anche per quegli imprenditori come Barattini, che la crisi non la sta vivendo in maniera drammatica. «Una cosa è certa gli ultimi a saltare saranno gli operai - dice - Ed è quello che bisognerebbe fare in ogni azienda: magari si tira da qualche altra parte, ma mandare a casa gli uomini è l'ultima cosa».

«Fare l'imprenditore ora? Ci vuole un bel fegato». La crisi. La concorrenza dei paesi emergenti, che i laboratori e le segherie se li sono costruiti e vendono i lavorati a prezzi stracciati. E, infine i pagamenti che saltano.
«Ad essere un imprenditore oggi ci vuole un bel fegato - dichiara fuori dai denti Barattini - Le difficoltà sono tante, ce li hai tutti contro, e non sto parlando solo dei paesi concorrenti. Ma è proprio in momenti come questo che l'imprenditore deve essere un padre di famiglia. Se non si comporta bene, si sfascia tutto».

«I blocchi all'estero? Non si può fermare il mercato». Barattini entra a gamba tesa anche su uno degli altri argomenti «caldi» del dibattito sul marmo che sta scuotendo la città. Quello delle partite di blocchi che vanno all'estero, rientrando poi «dalla finestra» sotto forma di lavorati con manodopera a costo zero e prezzi stracciati.
«Diciamo la verità. Non è che da oggi a domani puoi smettere di vendere il marmo all'estero - afferma Barattini - È come dire chiudiamo tutto, non facciamo più girare il mercato. Io penso che bisogna ricordarsi di un antico proverbio: chi ha il più bel filo fa più bella tela. Puntiamo sul valore aggiunto dei nostri materiali e delle nostre lavorazioni. Non possiamo pensare di andare a fare concorrenza in Brasile e in Cina dove i costi della manodopera sono cento volte inferiori rispetto ai nostri: possiamo solo pensare che, presto anche loro dovranno adeguarsi. Intanto dobbiamo continuare a credere nel marmo di Carrara». È quello che sta facendo Barattini.

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