Il Tirreno

Terremoto

«Ai bambini di Haiti ho lasciato parte di me»

Cinzia Carpita /
Bianchi, la moglie Giulia e le figlie
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Bianchi, la moglie Giulia e le figlie

Le figlie Eleonora di 9 anni e Sofia di 5 giocano nella loro casa a Marina, accanto a mamma e a papà. Non si rendono conto che lui, è appena tornato da un inferno, quello di Haiti devastata dal terremoto. Papà è Leonardo Bianchi, 45 anni, anestesista e rianimatore, in servizio all'ospedale Santa Chiara di Pisa

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MARINA DI CARRARA. Le figlie Eleonora di 9 anni e Sofia di 5 giocano nella loro casa a Marina, accanto a mamma e a papà. Non si rendono conto che lui, è appena tornato da un inferno, quello di Haiti devastata dal terremoto. Papà è Leonardo Bianchi, 45 anni, anestesista e rianimatore, in servizio all'ospedale Santa Chiara di Pisa (città dove lavora come psichiatra anche la moglie Giulia Battistini).

Lui, è rilassato, in tuta e ciabatte, dopo il volo che lo ha riportato in Italia: è sbarcato all'aeroporto di Pisa assieme al gruppo di operatori sanitari, inviati dalla protezione civile, con i quali ha condiviso due settimane difficili, nell'ospedale da campo attrezzatissimo, allestito vicino all'ospedale pediatrico, l'unico rimasto in piedi nella capitale Port au Prince e divenuto anche sede di ricovero per i pazienti operati.

«Se ci sarà bisogno, tornerò là». Era partito con altri venti fra medici e paramedici, divisi su tre aerei, e poi riuniti tutti nel luogo della disperazione (quella dei feriti) e della speranza (data dalla professionalità del personale): quell'ospedale sotto le tende bianche, ha rappresentato la salvezza. «Anche se i primi giorni - racconta Bianchi - abbiamo fatto soprattutto interventi salvavita, cioè amputazioni, per far sopravvivere i pazienti. Arrivavano tanti bambini. Ricordo solo un'anziana operata, di 82 anni, tutti gli altri erano giovani. Ad Haiti ci sarà un'intera generazione di invalidi».

Lo dice mentre gli occhi gli volano lontano dalla sua casa, oltre le mura tappezzate di foto di famiglia, rasserenanti: immagini ben diverse da quelle dolorose che ha fotografato e che ora scorre sul suo computer. «La situazione che c'è l'à, sarebbe inconcepibile in Europa. Al nostro ospedale arrivava gente a 5 giorni dal sisma: aveva ferite che nessuno aveva curato. Per comunicare con i pazienti, qualcuno ci traduceva in inglese la loro lingua, per lo più il creolo, e un po' di francese. Col passare dei giorni abbiamo potuto fare chigurgia meno drastica delle amputazioni. Nessun decesso. Ci si alzava alle 5 del mattino e dall'albergo (chiamiamolo così....) dove dormivamo, ci voleva un'ora di viaggio per arrivare all'ospedale. Inizialmente il gruppo evava pensato di fare turnidilavoro, ma ci poi siamo ritrovati tutti impegnati ogni giorno per dodici ore di fila. Ora al campo stanno finendo gli allestimenti e i colleghi che ci sostituiscono potranno dormire là».

Bianchi spiega anche che gli uomini della protezione civile hanno consentito ai medici e paramedici di lavorare in tranquillità: «Non ci siamo resi conto di cosa c'era all'esterno, solo il giorno prima di tornare in Italia, abbiamo fatto un giro. Abbiamo visto la città distrutta....».

E' stata la sua prima missione all'estero, dice che non dimenticherà quei piccoli haitiani: «L'unica cosa bella è stata la nascita di una femminuccia, con il taglio cesareo. Un barlume di speranza. Per il resto, come ti puoi sentire, se dev'essere amputato un piede o una gamba a un bambino?». Non dimenticherà tutta quella gente «che vive in baracche, che non ha la luce e si raduna attorno a un generatore, che cucina fuori dalle case, che distrugge la foresta per farci il carbone, gente indietro di 500 anni rispetto alla repubblica dominicana. Sembrano gli eredi dei primi schiavi liberati, non hanno nulla, e per loro va fatto qualcosa. Spero in progetti politici di sviluppo, non solo aiuti di emergenza, perché quelli poi finiscono. Insegnerò alle mie figlie che sono fortunate e che nel mondo c'è chi lo è meno di loro». Sofia salta sul divano e con le manine gli cinge affettuosamente il collo. Piccole mani, proprio uguali a quelle dei bimbi haitiani.

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