Il Tirreno

«Colpito alle spalle, potevo morire»

Claudio Figaia
«Colpito alle spalle, potevo morire»

«Bastava tanto così, due centimetri e la lama sarebbe arrivata al polmone. E ora sarei morto». Comincia così il racconto del giovane rom accoltellato la sera scorsa ad Avenza. Ha 23 anni, moglie e due figli, il più piccolo di appena 22 giorni; è della famiglia Halilovic - tutti al campo del Lavello si chiamano così - e di nome di battesimo fa Rambo

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MASSA CARRARA.«Bastava tanto così, due centimetri e la lama sarebbe arrivata al polmone. E ora sarei morto». Comincia così il racconto del giovane rom accoltellato la sera scorsa ad Avenza. Ha 23 anni, moglie e due figli, il più piccolo di appena 22 giorni; è della famiglia Halilovic - tutti al campo del Lavello si chiamano così - e di nome di battesimo fa Rambo.

Un nome che sarebbe già tutto un programma, anche se l'aria ben poco guerriera e dolente del ragazzo allontana ogni paragone con l'eroe della giustizia fai da te.
Vista con gli occhi di Rambo, quella serata da Far West sa tanto di provocazione. Da parte di alcuni avenzini.
«Ero andato lì al bar La Ceina, non era la prima volta, a mangiare qualcosa: una bistecca con patatine» - riferisce in una ricostruzione a tratti poco chiara. «Sì, è nata una discussione, ma io scherzavo, prendevo in giro un ragazzo, uno che conosco, eravamo a scuola insieme... No, non ero ubriaco. Erano quelli che sembravano drogati», dice ancora Rambo che dopo una notte in ospedale (10 giorni la prognosi per la ferita), ha firmato per le dimissioni volontarie dal ricovero.

La cosa, però, degenera. Poco più tardi due giovani rom raggiungono il bar La Ceina e la lite si sposta all'esterno del locale: «C'erano due tipi in particolare, una ragazza e il suo compagno, che insultavano, provocavano, lei, soprattutto, era accanita. Ci siamo spintonati, ho sentito una fitta alla spalla, non ho visto che cosa mi aveva colpito... Poco dopo sul camioncino, mi sono trovato pieno di sangue; allora i due amici che erano con me mi hanno portato in ospedale, ero inzuppato di sangue... E abbiamo chiesto aiuto ai nostri amici».
Rambo non è grave: "ferita da taglio nella regione ascellare posteriore sinistra", si legge nel referto medico. Ferita "da dietro", provocata da un'arma da taglio, un coltello, o forse un punteruolo o un cacciavite.

Grave è il fatto di violenza di cui è stato vittima; e grave quanto accaduto poco dopo. Cioè l'arrivo di una decina di giovani rom davanti al bar, decisi a "vendicare" Rambo.
"Andate via, raccontate solo balle", gridano ai giornalisti le donne del campo nomadi del Lavello. Ma gli uomini le calmano, hanno voglia di parlare. «Potevano ammazzare il nostro fratello, noi cosa dovevamo fare, voi non avreste reagito?» dice duro Massimo Halilovic, fratello di Rambo. Come dire: giustizia fai da te. O legittima difesa: «Vi immaginate - dice ancora Massimo - se il ferito fosse stato un italiano. Ve lo dico io: sarebbero arrivati in cento, avrebbero bruciato le nostre case». Invece, è successo che il ferito sia un rom e che i suoi parenti e amici abbiamo deciso di regolare i conti. A bastonate. «Già, ma quelli ci provocavano. C'era un nostro fratello all'ospedale per una coltellata e loro dicevano che non era successo niente, che nessuno lo aveva colpito. Avevano già lavato il sangue quando siamo arrivati, ci chiamavano zingari, ci insultavano e ci minacciavano... Voi cosa avreste fatto?», racconta ancora Massimo.
Insomma, di avere menato con pale e bastoni, i ragazzi rom non lo negano. Anche un invalido? «Se era invalido quello...».
Arrivano le telecamere delle televisioni locali al campo del Lavello. I giovani rom ripetono il loro racconto, un gruppetto di bambini sciama attorno ai cameraman e chiede: di che canale siete, quando va in onda?
«Siamo gente tranquilla noi, siamo qui da trent'anni e non abbiamo mai dato noia a nessuno», ripetono i nomadi-stanziali. «Quelli, invece, (quelli che, secondo loro, hanno ferito Rambo e provocato la rissa), sono dei balordi e forse anche dei drogati...».

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