Proteste
Omicidio
«Il viado ucciso dai trans»
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Alcuni transessuali (foto d’archivio)L'omicidio del trans in via Marradi - avvenuto nel marzo del 2008 - è arrivato alla quasi archiviazione senza un colpevole, perché gli inquirenti dopo mesi di indagini a vuoto si erano arresi. Ma il fascicolo potrebbe anche non venire chiuso con il nulla di fatto, perché l'intenzione della procura è di fare un ultimo tentativo
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MASSA. L'omicidio del trans in via Marradi - avvenuto nel marzo del 2008 - è arrivato alla quasi archiviazione senza un colpevole, perché gli inquirenti dopo mesi di indagini a vuoto si erano arresi. Ma il fascicolo potrebbe anche non venire chiuso con il nulla di fatto, perché l'intenzione della procura è di fare un ultimo tentativo.
Il transessuale si chiamava Jone Jefferson Gomes Olivera, era brasiliano e aveva 37 anni. Era arrivato a Massa per prostituirsi, ma ai piedi delle Apuane ci voleva restare per poco tempo. Giusto qualche mese per fare un po' di soldi. Così non aveva avvertito chi gestiva la prostituzione maschile locale, un suo connazionale. E soprattutto non aveva versato la quota - una sorta di iscrizione - che tutti i viado pagano per poter esercitare senza problemi sul marciapiede. Per questo - secondo gli inquirenti - il transessuale è stato ucciso. O meglio, con questa intenzione era partita la spedizione punitiva. Forse chi lo ha picchiato voleva dargli una lezione, ma le botte erano state tante e soprattutto i colpi di bastone (o manganello) erano stati talmente forti da non lasciargli scampo.
Il depistaggio. Gli inquirenti hanno commesso un errore, che per ora si è rivelato fatale per l'indagine: si sono fidati dei colleghi di Oliveira. I trans hanno collaboratorato fin dal primo minuto con il pm - l'inchiesta era in mano a Leonardo Tamborini, ma ora deve essere riassegnata perché il magistrato è stato trasferito - e con i carabinieri. Con il senno di poi è certo che la loro fosse una collaborazione interessata: volevano allontare i sospetti dai veri colpevoli. Hanno depistato, insomma.
La banda rumena. I viado avevano raccontato che Olivera era stato avvicinato da una banda di rumeni. E con botte e minacce era stato derubato un paio di volte prima della notte del pestaggio che è costato la vita al trentasettenne. Per qualche giorno i carabinieri avevano seguito anche un paio di persone sospette,in cerca dell'arma del delitto (un bastone o un manganello), ma senza ottenere i risultati sperati. Così la pista rumena ha fatto perdere del tempo prezioso.
Il cliente deluso. Accantonati rumeni si è pensato alla vendetta di un cliente. Jefferson era di fatto un uomo con tendenze omosessuali, amava travestirsi da donna e basta. Per questo gli inquirenti avevano ipotizzato il raptus di un cliente che pensava di avere a che fare con un trans e che invece ha trovato un corpo di uomo (con i peli e senza seno) a tutti gli effetti. Era stata anche avanzata la possibilità che Oliveira avesse trasmesso una malattia a qualcuno e che questo lo avesse picchiato per vendicarsi. Buco nell'acqua.
Il movente. Adesso la convinzione è che a voler dare una lezione a Jone Jefferson Gomes Oliveira fossero i trans che lavoravano sulla strada dove batteva lui. Magari facendosi aiutare da un cliente o più clienti particolarmente fidati. Spunto che potrebbe dare una spinta all'inchiesta prima della definitiva archiviazione.
Il transessuale si chiamava Jone Jefferson Gomes Olivera, era brasiliano e aveva 37 anni. Era arrivato a Massa per prostituirsi, ma ai piedi delle Apuane ci voleva restare per poco tempo. Giusto qualche mese per fare un po' di soldi. Così non aveva avvertito chi gestiva la prostituzione maschile locale, un suo connazionale. E soprattutto non aveva versato la quota - una sorta di iscrizione - che tutti i viado pagano per poter esercitare senza problemi sul marciapiede. Per questo - secondo gli inquirenti - il transessuale è stato ucciso. O meglio, con questa intenzione era partita la spedizione punitiva. Forse chi lo ha picchiato voleva dargli una lezione, ma le botte erano state tante e soprattutto i colpi di bastone (o manganello) erano stati talmente forti da non lasciargli scampo.
Il depistaggio. Gli inquirenti hanno commesso un errore, che per ora si è rivelato fatale per l'indagine: si sono fidati dei colleghi di Oliveira. I trans hanno collaboratorato fin dal primo minuto con il pm - l'inchiesta era in mano a Leonardo Tamborini, ma ora deve essere riassegnata perché il magistrato è stato trasferito - e con i carabinieri. Con il senno di poi è certo che la loro fosse una collaborazione interessata: volevano allontare i sospetti dai veri colpevoli. Hanno depistato, insomma.
La banda rumena. I viado avevano raccontato che Olivera era stato avvicinato da una banda di rumeni. E con botte e minacce era stato derubato un paio di volte prima della notte del pestaggio che è costato la vita al trentasettenne. Per qualche giorno i carabinieri avevano seguito anche un paio di persone sospette,in cerca dell'arma del delitto (un bastone o un manganello), ma senza ottenere i risultati sperati. Così la pista rumena ha fatto perdere del tempo prezioso.
Il cliente deluso. Accantonati rumeni si è pensato alla vendetta di un cliente. Jefferson era di fatto un uomo con tendenze omosessuali, amava travestirsi da donna e basta. Per questo gli inquirenti avevano ipotizzato il raptus di un cliente che pensava di avere a che fare con un trans e che invece ha trovato un corpo di uomo (con i peli e senza seno) a tutti gli effetti. Era stata anche avanzata la possibilità che Oliveira avesse trasmesso una malattia a qualcuno e che questo lo avesse picchiato per vendicarsi. Buco nell'acqua.
Il movente. Adesso la convinzione è che a voler dare una lezione a Jone Jefferson Gomes Oliveira fossero i trans che lavoravano sulla strada dove batteva lui. Magari facendosi aiutare da un cliente o più clienti particolarmente fidati. Spunto che potrebbe dare una spinta all'inchiesta prima della definitiva archiviazione.
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