Il Tirreno

NUOVE POLEMICHE SU SOFRI E LC

Mughini e la tragedia di Ovidio

Chiara Sillicani
Mughini e la tragedia di Ovidio

Non ha l'esuberanza che lo contraddistingue nelle sue discussioni alla trasmissione ControCampo. Difensore ad oltranza della amata Juve, Giampiero Mughini è riflessivo quando parla del suo nuovo libro "Gli anni della Peggio gioventù". Sottotitolo: "L'omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione"

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MASSA. Non ha l'esuberanza che lo contraddistingue nelle sue discussioni alla trasmissione ControCampo. Difensore ad oltranza della amata Juve, Giampiero Mughini è riflessivo quando parla del suo nuovo libro "Gli anni della Peggio gioventù". Sottotitolo: "L'omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione". Un libro sugli anni Settanta e su una generazione, appunto, quella di Lotta Continua che - lo stesso Mughini lo riconosce - ha dato all'Italia alcuni degli intellettuali più in vista. Molti, però, incapaci - questa è la tesi - di ripensare criticamente al loro passato, all'età delle ideologie e della lotta senza se e senza ma. Un libro che si inserisce nel dibattito su quegli anni, tornato d'attualità. Mughini ricostruisce i fatti, attraverso gli atti processuali: 15 anni nelle aule di tribunale e la condanna per il pentito Leonardo Marino e i suoi tre ex compagni: Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e il massese Ovidio Bompressi. Il processo inizia a seguito della confessione di Marino, noto da queste parti perché da anni vende crepes su un camioncino a Marinella. E anche la ricostruzione di Mughini ruota intorno alla credibilità di quella confessione. L'autore parla volentieri del suo libro. A partire dal titolo, forte che ricorda il film di Tullio Giordana e la raccolta di poesie di Pasolini.

Mughini, partiamo dal titolo. Lei ha scelto parole forti, eppure leggendo le sue pagine, sembra che non misconosca il valore intellettuale che oggi hanno figure con un passato in Lc.
«Non mettiamo insieme la peggio gioventù, quella dei primi anni Settanta, con quanto è stato dopo. Il mio libro è centrato sull'omicidio Calabresi, sulla mattina del 17 maggio 1972 quando a Milano fu ucciso il commissario. La mia tesi è che quell'omicidio sia nato dalle viscere di Lotta Continua. Poi ci sono stati più di trent'anni perché ciascuno ritrovasse la bussola».

Il suo libro si concentra non solo sul processo, ma guarda anche a come il giornalismo interpretò la confessione di Marino. Lei sostiene che molti innocentisti non abbiamo mai letto gli atti?
«Gli ultraconvinti dell'innocenza senza se e senza ma, non hanno mai letto la sentenza. La confessione di Marino ha retto al giudizio di numerosi giudici, pensare che sia stata combinata in una stanza buia, con i Carabinieri, è impensabile (è questa la tesi sostenuta da alcuni ndr)».

Secondo la sentenza, Marino, il pentito, avrebbe guidato l'auto che portò l'assassino sul luogo dell'agguato, Giorgio Pietrostefani sarebbe "il padrino" politico dell'azione e Adriano Sofri avrebbe dato l'ok all'omicidio. Il massese Ovidio Bompressi avrebbe sparato. Che idea si è fatto di lui?
«Marino il nome di Bompressi non lo ha fatto subito. Prima ha parlato di un compagno Enrico e solo molto dopo ha rivelato che si trattava di Bompressi. Riguardo Massa, io racconto tutto ciò che sta intorno all'omicidio del commissario e quindi le dichiarazioni di chi disse di avere visto Bompressi in città nel pomeriggio dell'agguato. Io non ho dubbi che sia stato Bompressi a sparare i due colpi di pistola, sono altresì convinto che il Bompressi di ora non c'entri nulla con il militante, a suo modo generoso, di allora; quello che rischiava di persona».

Bompressi solo "mano", mentre la mente di tutto era qualcun'altro?
«No, assolutamente. Bompressi ci credeva e molto. E si sacrificava per le sue convinzioni, in questo caso l'idea era che Calabresi fosse una canaglia».

Non si è parlato molto del suo libro, vero?
«Ho presentato il libro da molte parti, ma mai sono stato invitato da un assessore alla cultura e mai ho avuto un interlocutore che venisse dal mondo di Lotta Continua».

Perché, secondo lei?
«È una questione di viltà, nessuno vuole mettere in dubbio la propria clientela. Del resto l'Italia fa fuoco e fiamme per avere Battisti, ma Pietrostefani, latitante, non lo cerca nessuno. Per me quest'opera, un'operazione verità, è stata dolorosa, vi ho lavorato intensamente per sei mesi. Ne sono uscito stremato».

Ha mai pensato di venire a Massa a presentare il libro?
Volentieri. Se qualcuno mi dovesse invitare, io sicuramente verrei.

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