Sicurezza
Il processo
Dalla via dei marmi a Livorno
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Una galleria della stradaErano finiti sotto processo per aver trasportato al molo Italia di Livorno il materiale di scavo della galleria che sbuca sulla Foce, 80mila tonnellate di inerti: l'accusa, raccolta e trasporto non autorizzati di materiali non pericolosi. Ma ieri sono stati assolti
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CARRARA. Erano finiti sotto processo per aver trasportato al molo Italia di Livorno il materiale di scavo della galleria che sbuca sulla Foce, 80mila tonnellate di inerti: l'accusa, raccolta e trasporto non autorizzati di materiali non pericolosi. Ma ieri sono stati assolti.
Sul banco degli imputati Carlo Borella, legale rappresentante della società "Strada dei marmi" società coop a responsabilità limitata, difeso da Camillo Micheli; e Paolo Cacciatori, legale rappresentante dell'Ati, associazione temporanea d'impresa Ediltecnica e Sana srl, difeso da Alessio Menconi. I fatti risalgono all'agosto 2005. Carlo Borella con la sua società ebbe in appalto il primo lotto dei lavori, da Miseglia alla galleria Santa Croce, dalla Progetto Carrara. Le migliaia di tonnellate di smarino, termine tecnico per indicare le terre e rocce, derivate dallo scavo della galleria, furono stoccate in un deposito in via Marchetti gestito da un'associazione di impresa temporanea (Ati) composta da Ediltecnica e Sana. Da qui gli inerti sarebbero partiti, in parte per il porto di Livorno.
Vi fu un'indagine e sono finite al centro della vicenda giudiziaria proprio le 80mila tonnellate di inerti, materiale di scavo della galleria che sbuca sulla Focem, che dovevano essere utilizzate, secondo il progetto di valutazione di impatto ambientale (Via), per livellamenti morfologici della strada stessa, ripristini ambientali e, gli esuberi, all'attività di cementificio. Ma in realtà quelle 80mila tonnellate di inerti, sarebbero partiti, dall'agosto al novembre del 2005, per il porto di Livorno, per la costruzione del molo Italia.
Davanti al giudice Mauceri, il pm aveva chiesto una multa di tremila euro a testa.
Ma la fidesa, che aveva prodotto una serie di memorie, ha sostenuto e dimostrato che vi era l'insussistenza dell'ipotesi contestata, in quanto il materiale, essendo stato sottoposto alla Via, valutazione d'impatto ambientale, aveva perduto la caratteristica di rifiuto, non era quindi possibile che fosse inquinante. Si tratta in sostanza di un tipo di materiale che bisogna collocare secondo un progetto di smaltimento, e per una parte era stato portato a Livorno, al porto.
Pertanto, i due imputati sono stati assolti con formula piena perché il fatto non costituisce reato. Quell'utilizzo, in sostanza, è stato ritenuto legittimo.
Sul banco degli imputati Carlo Borella, legale rappresentante della società "Strada dei marmi" società coop a responsabilità limitata, difeso da Camillo Micheli; e Paolo Cacciatori, legale rappresentante dell'Ati, associazione temporanea d'impresa Ediltecnica e Sana srl, difeso da Alessio Menconi. I fatti risalgono all'agosto 2005. Carlo Borella con la sua società ebbe in appalto il primo lotto dei lavori, da Miseglia alla galleria Santa Croce, dalla Progetto Carrara. Le migliaia di tonnellate di smarino, termine tecnico per indicare le terre e rocce, derivate dallo scavo della galleria, furono stoccate in un deposito in via Marchetti gestito da un'associazione di impresa temporanea (Ati) composta da Ediltecnica e Sana. Da qui gli inerti sarebbero partiti, in parte per il porto di Livorno.
Vi fu un'indagine e sono finite al centro della vicenda giudiziaria proprio le 80mila tonnellate di inerti, materiale di scavo della galleria che sbuca sulla Focem, che dovevano essere utilizzate, secondo il progetto di valutazione di impatto ambientale (Via), per livellamenti morfologici della strada stessa, ripristini ambientali e, gli esuberi, all'attività di cementificio. Ma in realtà quelle 80mila tonnellate di inerti, sarebbero partiti, dall'agosto al novembre del 2005, per il porto di Livorno, per la costruzione del molo Italia.
Davanti al giudice Mauceri, il pm aveva chiesto una multa di tremila euro a testa.
Ma la fidesa, che aveva prodotto una serie di memorie, ha sostenuto e dimostrato che vi era l'insussistenza dell'ipotesi contestata, in quanto il materiale, essendo stato sottoposto alla Via, valutazione d'impatto ambientale, aveva perduto la caratteristica di rifiuto, non era quindi possibile che fosse inquinante. Si tratta in sostanza di un tipo di materiale che bisogna collocare secondo un progetto di smaltimento, e per una parte era stato portato a Livorno, al porto.
Pertanto, i due imputati sono stati assolti con formula piena perché il fatto non costituisce reato. Quell'utilizzo, in sostanza, è stato ritenuto legittimo.
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