Il Tirreno

TRAGEDIA A PONTENUOVO

«Urlava per le sigarette»

Donatella Francesconi
«Urlava per le sigarette»

«Ah ma', la sigaretta...Ma', la sigaretta... me la dai?». Emanuele Cinacchi, 26 anni, aveva la "passione" per le sigarette. E le rare volte che l'hanno visto al bar sottocasa se lo ricordano perché «comprava anche tre stecche per volta»

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PIETRASANTA. «Ah ma', la sigaretta...Ma', la sigaretta... me la dai?». Emanuele Cinacchi, 26 anni, aveva la "passione" per le sigarette. E le rare volte che l'hanno visto al bar sottocasa se lo ricordano perché «comprava anche tre stecche per volta».

Dalla finestra chiusa dell'appartamento sopra la macelleria del Pollino sembrano di sentirla ancora quella voce, che grida alla madre di accendergli una sigaretta dopo quella appena terminata. Un ragazzone alto e robusto, Emanuele. E malato. Epilessia, si dice.

Un dolore che la famiglia originaria di Marina di Massa si portava dietro. Nonostante il benessere confermato dalla proprietà di alcuni appartamenti tra la zona di origine e Forte dei Marmi. Un dolore al quale Albina Lombardo, che ieri ha sparato ad Emanuele prima di rivolgere contro di sé la Beretta semiautomatica, si portava dentro da troppi anni. Durante i quali aveva continuato a lavorare come impiegata all'Inail, e ad occuparsi di quel figlio difficile che si faceva sempre più grande e del marito Giovanni.

«Una Panda verde? Aveva il paraurti staccato?». Davanti al bar-ristorante "Mamma Enza" una donna passa frettolosa, ha appena avuto la notizia di quanto accaduto nel campo poco distante. La domanda ai cronisti sullo stato del paraurti è quasi un presentimento. Basta una rapida verifica per avere la temuta conferma: «Allora sono loro: stavano da poco sopra il macellaio».

Avevano affittato la casa nella zona del Pollino, raccontano i pochi che avevano avuto modo di incontrarli, «spiegando di aver affittato alcuni appartamenti di proprietà a Forte dei Marmi». Insomma, la famiglia ufficialmente aveva dato l'impressione di restare in zona il tempo che l'estate finisse. Tanto che sul campanello i cognomi non compaiono.

Ma la realtà era un'altra, almeno ascoltando quello che Luigi Marchetti, anziano ex macellaio della zona, racconta ai carabinieri con la voce rotta dall'angoscia: «Erano venuti qui perché avevano bisogno di stare vicini all'ospedale». In cura era sicuramente Emanuele, e forse anche la madre che viene descritta come vittima di una forte depressione. «Erano lontani parenti di mia moglie, quando hanno avuto necessità è stato normale dire sì», continua l'anziano fermo sul ciglio del campo dove Albina ha sparato al figlio.

I curiosi si affollano nella strada lungo l'argine della Bonifica, ad un passo dall'inceneritore. In tanti si chiedono come mai il padre di Emanuele non sia lì, sul posto. Giovanni Cinacchi è in caserma, a Viareggio, da quando intorno all'ora di pranzo ha dato l'allarme per non aver visto più rientrare moglie e figlio. Inutile portarlo in via Ponetnuovo, cinquecento metri da casa, dove scientifica e medico legale devono fare il proprio lavoro con l'esame esterno dei cadaveri, le prime analisi balistiche, le foto, la rimozione dei corpi.

«È una scena terribile, terribile»: poco dopo le 19 arriva il sindaco Massimo Mallegni, che si avvicina all'auto, parla con i militari per rendersi conto dell'accaduto. Un attimo prima che il furgone delle pompe funebri si porti via madre e figlio, insieme per l'ultimo viaggio.

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