Proteste
LA SCUOLA
«Sarò precaria a vita?»
Serena Bongiorni
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Un’insegnante durante una lezioneDovrebbero essere dispensatori di cultura, in-segnanti, "coloro che tracciano, che lasciano un segno". Invece, somgliano a tanti scommettitori che attendono l'uscita del loro numero jolly. Sono i docenti precari, lavoratori a rischio disoccupazione
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MASSA. Dovrebbero essere dispensatori di cultura, in-segnanti, "coloro che tracciano, che lasciano un segno". Invece, somgliano a tanti scommettitori che attendono l'uscita del loro numero jolly. Sono i docenti precari, lavoratori a rischio disoccupazione (1500 i tagli in Toscana, 150 e più in provincia). Un piccolo esercito allo sbando: poco importa se fai supplenze da anni o se hai fatto la scuola di specializzazione (Ssis), le cose vanno male per tutti.
Come per Michela, 33 anni, massese, da qualche anno arruolatasi in questo esercito animata della voglia di insegnare e di piena di speranze. E con una doppia abilitazione in tasca, di inglese e francese, acquisite dopo due faticosi anni di Ssis (costati quasi 4mila euro).
«La conoscenza delle lingue è fondamentale, ci aiuta ad abbandonare il nostro punto di vista, a capire l'altro - gli occhi di Michela brillano - mi si apre il cuore quando mi rendo conto che i miei alunni hanno recepito ciò che ho trasmesso loro».
Michela, dopo una laurea magistrale in Lingue con lode, ha lavorato due anni come traduttrice in una ditta di esportazioni per poi capire che il sogno che aveva da piccola, quello di insegnare, le batteva ancora forte nel cuore. «Così ho iniziato la mia avventura, fatta di supplenze, punti, sostituzioni, finché non mi sono iscritta alla scuola di specializzazione». Ma l'aver frequentato la Ssis non è certo una garanzia: «Certo sono passata avanti in graduatoria a persone che lavorano da anni, perché è tutta una questione di punteggi. Ma con i tagli voluti dal governo, quest'anno non ci sono certezze per nessuno».
«Le cose - prosegue - sono peggiorate tantissimo. I primi anni avevo anche incarichi annuali in un paio di scuole, quest'anno non so ancora nulla, e a poco serve fare i conteggi sulle ore rimaste». Michela è ai primi posti nelle classifiche della speranza. Sia nella fascia "ad esaurimento", attraverso cui ti affidano una cattedra, sia nella prima fascia d'istituto, per l'assegnamento degli spezzoni (2, 3, 4 ore) in varie scuole.
«Sono tra le prime, ma quest'anno alle nomine hanno assegnato solo una cattedra alla prima e degli spezzoni alla seconda. Stop. Solo due insegnanti, cioè, si sono viste assegnare un posto. Preoccupante». E gli altri? «Gli altri devono aspettare la chiamata dei presidi e sperare di poter prendere qualche "spezzone"». Chiamata che, se dovesse arrivare, arriverà dopo l'inizio delle lezioni.
«Credo che questa sia una delle cose più sbagliate - commenta Michela - si fanno andare i ragazzi a scuola senza insegnanti. Poi si chiamano, magari si distribuiscono in due o tre scuole, e alla fine dell'anno si salutano».
Ma la questione non è più soltanto economica. Non si tratta solo di garantire un posto di lavoro ad una categoria precaria (i cui stipendi fanno ridere quelli di moltissime altre categorie), si tratta anche di riconoscere il dell'insegnamento come un valore e non come rincorsa a cattedre o a spezzoni di ore in qualche scuola che non rivedrete più.
«La continuità è fondamentale - conclude la professoressa Michela- sia per i docenti, che grazie ad essa riescono a vedere i frutti del loro lavoro, sia per i ragazzi, che hanno bisogno di coerenza e di sicurezza».
Intanto, Michela aspetta.
Come per Michela, 33 anni, massese, da qualche anno arruolatasi in questo esercito animata della voglia di insegnare e di piena di speranze. E con una doppia abilitazione in tasca, di inglese e francese, acquisite dopo due faticosi anni di Ssis (costati quasi 4mila euro).
«La conoscenza delle lingue è fondamentale, ci aiuta ad abbandonare il nostro punto di vista, a capire l'altro - gli occhi di Michela brillano - mi si apre il cuore quando mi rendo conto che i miei alunni hanno recepito ciò che ho trasmesso loro».
Michela, dopo una laurea magistrale in Lingue con lode, ha lavorato due anni come traduttrice in una ditta di esportazioni per poi capire che il sogno che aveva da piccola, quello di insegnare, le batteva ancora forte nel cuore. «Così ho iniziato la mia avventura, fatta di supplenze, punti, sostituzioni, finché non mi sono iscritta alla scuola di specializzazione». Ma l'aver frequentato la Ssis non è certo una garanzia: «Certo sono passata avanti in graduatoria a persone che lavorano da anni, perché è tutta una questione di punteggi. Ma con i tagli voluti dal governo, quest'anno non ci sono certezze per nessuno».
«Le cose - prosegue - sono peggiorate tantissimo. I primi anni avevo anche incarichi annuali in un paio di scuole, quest'anno non so ancora nulla, e a poco serve fare i conteggi sulle ore rimaste». Michela è ai primi posti nelle classifiche della speranza. Sia nella fascia "ad esaurimento", attraverso cui ti affidano una cattedra, sia nella prima fascia d'istituto, per l'assegnamento degli spezzoni (2, 3, 4 ore) in varie scuole.
«Sono tra le prime, ma quest'anno alle nomine hanno assegnato solo una cattedra alla prima e degli spezzoni alla seconda. Stop. Solo due insegnanti, cioè, si sono viste assegnare un posto. Preoccupante». E gli altri? «Gli altri devono aspettare la chiamata dei presidi e sperare di poter prendere qualche "spezzone"». Chiamata che, se dovesse arrivare, arriverà dopo l'inizio delle lezioni.
«Credo che questa sia una delle cose più sbagliate - commenta Michela - si fanno andare i ragazzi a scuola senza insegnanti. Poi si chiamano, magari si distribuiscono in due o tre scuole, e alla fine dell'anno si salutano».
Ma la questione non è più soltanto economica. Non si tratta solo di garantire un posto di lavoro ad una categoria precaria (i cui stipendi fanno ridere quelli di moltissime altre categorie), si tratta anche di riconoscere il dell'insegnamento come un valore e non come rincorsa a cattedre o a spezzoni di ore in qualche scuola che non rivedrete più.
«La continuità è fondamentale - conclude la professoressa Michela- sia per i docenti, che grazie ad essa riescono a vedere i frutti del loro lavoro, sia per i ragazzi, che hanno bisogno di coerenza e di sicurezza».
Intanto, Michela aspetta.
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