Il Tirreno

Credito super: indagati anche sette avvocati

Una bancarotta eccellente

Uno scorcio di una moschea di Bagdad
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Uno scorcio di una moschea di Bagdad

Undici indagati eccellenti per un intrigo internazionale che parte da Carrara, passa da Bagdad, transita dal tribunale di Massa e, alla fine, si inabissa in un paradiso fiscale. Una trama che sembra una novella delle Mille e una notte, ma il risultato è molto più concreto

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CARRARA. Undici indagati eccellenti per un intrigo internazionale che parte da Carrara, passa da Bagdad, transita dal tribunale di Massa e, alla fine, si inabissa in un paradiso fiscale. Una trama che sembra una novella delle Mille e una notte, ma il risultato è molto più concreto: perché qui di mezzo c'è un supercontratto per una Moschea a Bagdad - detto per inciso, secondo la magistratura falso anche quello - e un intreccio di interessi per riuscire ad accaparrarsi 7 milioni e mezzo di euro (questi veri) depositati a Massa ma, dopo una girandola, destinati ad altri.

BANCAROTTA FRAUDOLENTA.
Bancarotta fraudolenta aggravata in concorso: è questa l'accusa formalizzata, attraverso l'avviso di conclusioni indagini, dalla procura di Torino ai coniugi Paolo Dazzi e Laura Donatiello (quest'ultima avvocato ed ex giudice onoraria del tribunale di Massa), e a sette professionisti (sei avvocati e una commercialista), per l'intrigo internazionale relativo al famoso credito multimilionario con l'Iraq, passato dal fallimento della ditta Dazzi Pietro fu Enrico a una società inglese, la Server Plus.

i pm titolari dell'inchiesta Andrea Padalino e Valerio Longi invitano gli indagati a produrre memori o anche a essere sottoposti a interrogatorio, entro venti giorni.

In tutto, gli indagati sono undici, coinvolti infatti anche due fiorentini, rappresentanti di una finanziaria.

Per quanto riguarda il filone portante della bancarotta fraudolenta aggravata in concorso sulla base della legge fallimentare, i nove indagati sono: Paolo Dazzi, 48 anni, carrarese; la moglie Laura Donatiello, 47 anni; gli avvocati Rinaldo Reboa, 58 anni, carrarese; Giovanni Carlo Lattanzi, 58 anni, carrarese, e la figlia, Anna Lattanzi, anch'essa avvocato, 28 anni; Ada Ruffini, 56 anni, residente a Pietrasanta; Antonio Marcello Calamia, 57 anni, abitante a Pisa; Cesare Falconi, 48 anni, di Carrara; la commercialista Maria Assunta Montefinale, 68 anni, di Carrara.

Sempre di violazione della legge fallimentare sono accusati Francesco Mauro, 43 anni, e Salvatore Genovese, 52 anni, entrambi residenti a Firenze, per il ruolo ricoperto nella Eurocrediti (Genovese quale presidente, Mauro consulente legale), perché in sostanza avrebbero acquisito parzialmente il credito della Server Plus pur sapendone, secondo la pubblica accusa, l'illecita provenienza.

Un'inchiesta per molti versi esplosiva visto che mette sotto accusa molti professionisti. Siamo alla conclusione indagini: non si tratta di una sentenza, ma solo del prologo ad un eventuale rinvio a giudizio, che ci sarà solo se gli indagati non riusciranno a dimostrare l'estraneità alle contestazioni.

INCHIESTA INTRICATA.
Il punto chiave da cui parte la ricostruzione della Procura di Torino è che Paolo Dazzi fosse amministratore di fatto della ditta "Dazzi Pietro fu Enrico", il cui titolare risultava il padre Pietro Dazzi che fu dichiarato fallito il 28 gennaio del 1999. Secondo i magistrati torinesi, Paolo Dazzi sarebbe stato titolare di fatto anche della Server Plus limited, la società di capitali di diritto inglese. La Server Plus acquista poi per appena 75mila euro un credito da svariati milioni di euro e poi se lo fa assegnare dal tribunale di Massa. Per arrivare a questo risultato, bisogna passare attraverso vari passaggi intricati. La Procura di Torino li ricostruisce tutti.

Parte dal fatto che l'avvocato Antonio Marcello Calamia quale avvocato di due aziende lapidee, Cim e Cogemar, nel 1991 riuscì, con provvedimenti di urgenza, a congelare presso il Banco di Roma crediti per 4 milioni e 849mila euro; in seguito, l'avvocato Cesare Falconi, presentò al tribunale di Massa nell'ottobre 1998, quale difensore della ditta Dazzi Pietro fu Enrico, un atto di citazione nei confronti dell'Iraq, nel quale chiede dieci milioni di dollari oltre interessi in esecuzione del contratto del 26 marzo 1990 relativo alla mega commessa da 50 milioni di dollari con l'Iraq, poi non andata a buon fine per lo scoppio della guerra; il problema, come accennato, secondo la Procura, è che quel contratto del 1990, apparentemente stipulato tra le parti a Carrarara, si sarebbe rivelato integralmente contraffatto.

Secondo l'accusa, Calamia avrebbe riferito ad alcuni dei coinvolti nell'operazione, l'esistenza presso la filiale di Massa della Banca di Roma di considerevoli depositi dello stato iracheno congelati nell'ambito delle cause intentate da Cim e Cogemar.

Ada Ruffini compare nell'inchiesta quale procuratore nel 2003 della Server Plus che deposita una prima istanza per acquisire dal tribunale, al prezzo di 77.450 euro, il credito vantato dalla curatela Dazzi nei confronti del ministero dell'Iraq; dopo che successivamente l'istanza, presentata questa volta dall'avvocato Reboa, fu accolta, la Ruffini si sarebbe adoperata perché una cessione parziale avvenisse verso la Eurocrediti.

La Maria Assunta Montefinale avrebbe partecipato alla bancarotta perché, quale curatore del fallimento Pietro Dazzi, avrebbe più volte dato parere favorevole alla cessione del credito multimilionario alla Server Plus, nonostante l'irrisorietà dell'importo.

L'avvocato Rinaldo Reboa è colui che, dopo la Ruffini, ripresenta richiesta di acquistare il credito della Pietro Dazzi nei confronti dell'Iraq per 77.450 euro. Secondo l'accusa, il tribunale di Massa, rispondendo sì, questa volta sarebbe stato tratto in inganno sia dal parere favorevole della Montefinale, sia dalle insistenze di Reboa che avrebbe sostenuto che il credito sarebbe stato inesigibile.

M.B.

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