Gioco
POLEMICA SULL'ECCIDIO
«La strage di Forno? Colpa del partigiano Tito»
Alessio Orsingher
◗
Un momento della presentazione avvenuta a Villa Cuturi Nell’altra foto la copertina del libro di FruzzettiIl fuoco della polemica si accende alle 22, quando l'attrice Alessandra Berti ha appena terminato di interpretare un capitolo del libro dedicato all'eccidio di Forno "Pagine da non dimenticare-Massa ricorda", scritto da Angela Maria Fruzzetti e presentato a Villa Cuturi
3 MINUTI DI LETTURA
MASSA. Il fuoco della polemica si accende alle 22, quando l'attrice Alessandra Berti ha appena terminato di interpretare un capitolo del libro dedicato all'eccidio di Forno "Pagine da non dimenticare-Massa ricorda", scritto da Angela Maria Fruzzetti e presentato a Villa Cuturi.
Dalla platea si leva una richiesta di intervento. Qualche momento di educato stupore da parte della stessa autrice e degli ospiti, il professor Imo Furori, l'editore Umberto Roffo ed il consigliere comunale Stefano Alberti, prima che la signora prenda la parola per esporre la "sua verità". Nilde Fialdini, docente di religione all'Istituto Superiore Meucci di Massa, è un fiume in piena: «Vorrei che fossero rese note le motivazioni che hanno portato ai fatti del 13 giugno 1944». Poi l'affondo verso la memoria del comandante partigiano Marcello "Tito" Garosi, decorato con Medaglia d'oro al Valor Militare: «La strage di Forno è stata causata dalla barbara uccisione, da parte di "Tito", del figlio sedicenne di un gerarca fascista di Altagnana. Ho narrato l'episodio in una mia pubblicazione: è bene che tutti, a partire dai ragazzi a cui insegno, oltre a partecipare alla visita ad Auschwitz organizzata dal preside, conoscano anche queste pagine». Inevitabile il fuoco a catena di reazioni. Stefano Alberti, già delegato alla Resistenza durante l'amministrazione Neri, chiude immediatamente il vaso di Pandora: «La morte di 68 persone, per la maggior parte civili inermi, non ha giustificazione alcuna. Certamente l'uccisione di un giovane va condannata, ma guai a decontestualizzare gli avvenimenti. Sono disposto a partecipare alla presentazione del libro della signora, ma l'intervento è stato del tutto fuori luogo». E aggiunge: «Mi preoccupa non poco che un'insegnante possa approcciarsi in questo modo alla storia con i suoi alunni». Sulla stessa scia il professor Imo Furori: «Soltanto sviluppando un impegno di costante e corretta trasmissione della memoria è possibile diffondere la cultura della convivenza pacifica e difendere i valori raggiunti con la guerra di Liberazione. Questo vogliono insegnarci le testimonianze raccolte nel testo». Poi è Angela Maria Fruzzetti ad intervenire: «Dopo i tentativi di revisionismo storico a cui stiamo assistendo, non sorprende che anche sul dramma di Forno comincino a girare leggende a cura di alcuni detrattori. Eppure le storie sono raccontate senza rancore, rispettando la memoria delle donne che hanno vissuto dolori e paure sulla propria pelle». Lo storico Massimo Michelucci, raggiunto telefonicamente, smentisce con energia qualsiasi collegamento tra l'episodio di Altagnana e l'eccidio di Forno. «E' una ricostruzione inverosimile. La Fialdini si riferisce ad un fatto avvenuto nel maggio 1944. I partigiani si trovavano ad Altagnana per due motivi: la presenza di un distaccamento di repubblichini e del segretario locale del fascio Cerboncini. E quest'ultimo era l'obiettivo di un'operazione notturna. Ci furono spari in casa, il figlio del gerarca aveva tentato la fuga e non si era fermato all'alt di coloro che circondavano l'abitazione. I quali non sapevano neppure bene chi fosse, complice l'oscurità. Non ci sono testimonianze che parlano di uccisione barbara e volontaria, e lo conferma il fatto che il fratello del segretario del fascio, carabiniere di professione, non venne ammazzato. Non vi è un rapporto tra le due situazioni. L'eccidio di Forno è stato frutto di un politica militare studiata nei dettegli: i nazisti della 135ª Brigata da Fortezza, insieme ai fascisti della Decima Mas, entrambi di stanza alla Spezia, non accettavano che un paese di montagna, a 7 km dall'Aurelia, fosse occupato dai partigiani». Il libro "Pagine da non dimenticare", edito da Memoranda, sarà presentato anche martedì alle 18 all'Hotel Maremonti di Ronchi.
Dalla platea si leva una richiesta di intervento. Qualche momento di educato stupore da parte della stessa autrice e degli ospiti, il professor Imo Furori, l'editore Umberto Roffo ed il consigliere comunale Stefano Alberti, prima che la signora prenda la parola per esporre la "sua verità". Nilde Fialdini, docente di religione all'Istituto Superiore Meucci di Massa, è un fiume in piena: «Vorrei che fossero rese note le motivazioni che hanno portato ai fatti del 13 giugno 1944». Poi l'affondo verso la memoria del comandante partigiano Marcello "Tito" Garosi, decorato con Medaglia d'oro al Valor Militare: «La strage di Forno è stata causata dalla barbara uccisione, da parte di "Tito", del figlio sedicenne di un gerarca fascista di Altagnana. Ho narrato l'episodio in una mia pubblicazione: è bene che tutti, a partire dai ragazzi a cui insegno, oltre a partecipare alla visita ad Auschwitz organizzata dal preside, conoscano anche queste pagine». Inevitabile il fuoco a catena di reazioni. Stefano Alberti, già delegato alla Resistenza durante l'amministrazione Neri, chiude immediatamente il vaso di Pandora: «La morte di 68 persone, per la maggior parte civili inermi, non ha giustificazione alcuna. Certamente l'uccisione di un giovane va condannata, ma guai a decontestualizzare gli avvenimenti. Sono disposto a partecipare alla presentazione del libro della signora, ma l'intervento è stato del tutto fuori luogo». E aggiunge: «Mi preoccupa non poco che un'insegnante possa approcciarsi in questo modo alla storia con i suoi alunni». Sulla stessa scia il professor Imo Furori: «Soltanto sviluppando un impegno di costante e corretta trasmissione della memoria è possibile diffondere la cultura della convivenza pacifica e difendere i valori raggiunti con la guerra di Liberazione. Questo vogliono insegnarci le testimonianze raccolte nel testo». Poi è Angela Maria Fruzzetti ad intervenire: «Dopo i tentativi di revisionismo storico a cui stiamo assistendo, non sorprende che anche sul dramma di Forno comincino a girare leggende a cura di alcuni detrattori. Eppure le storie sono raccontate senza rancore, rispettando la memoria delle donne che hanno vissuto dolori e paure sulla propria pelle». Lo storico Massimo Michelucci, raggiunto telefonicamente, smentisce con energia qualsiasi collegamento tra l'episodio di Altagnana e l'eccidio di Forno. «E' una ricostruzione inverosimile. La Fialdini si riferisce ad un fatto avvenuto nel maggio 1944. I partigiani si trovavano ad Altagnana per due motivi: la presenza di un distaccamento di repubblichini e del segretario locale del fascio Cerboncini. E quest'ultimo era l'obiettivo di un'operazione notturna. Ci furono spari in casa, il figlio del gerarca aveva tentato la fuga e non si era fermato all'alt di coloro che circondavano l'abitazione. I quali non sapevano neppure bene chi fosse, complice l'oscurità. Non ci sono testimonianze che parlano di uccisione barbara e volontaria, e lo conferma il fatto che il fratello del segretario del fascio, carabiniere di professione, non venne ammazzato. Non vi è un rapporto tra le due situazioni. L'eccidio di Forno è stato frutto di un politica militare studiata nei dettegli: i nazisti della 135ª Brigata da Fortezza, insieme ai fascisti della Decima Mas, entrambi di stanza alla Spezia, non accettavano che un paese di montagna, a 7 km dall'Aurelia, fosse occupato dai partigiani». Il libro "Pagine da non dimenticare", edito da Memoranda, sarà presentato anche martedì alle 18 all'Hotel Maremonti di Ronchi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
