Il Tirreno

È stato l’unico dei quattro imputati a chiedere il processo. Gli altri avevano patteggiato la pena

Tangenti: assolto Nannini

L’ufficio del Comune dove sono scattate le manette
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L’ufficio del Comune dove sono scattate le manette

Il vigile Graziano Nannini con il giro di tangenti nell'ufficio condoni non c'entrava niente. E per questo ieri pomeriggio, pochi minuti prima delle 16, il collegio lo ha assolto. L'agente sentita la sentenza si è asciugato le lacrime che gli inumidivano gli occhi e ha baciato la sua compagna. Finalmente ha dimostrato la sua innocenza

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MASSA. Il vigile Graziano Nannini con il giro di tangenti nell'ufficio condoni non c'entrava niente. E per questo ieri pomeriggio, pochi minuti prima delle 16, il collegio lo ha assolto. L'agente sentita la sentenza si è asciugato le lacrime che gli inumidivano gli occhi e ha baciato la sua compagna. Finalmente ha dimostrato la sua innocenza.
L'incubo del vigile Nannini era iniziato il 20 dicembre del 2006, quando era andato a casa di Paolo Inghirami (l'imprenditore quarantenne vittima della richiesta di tangenti per un condono) con una cartella e gli aveva detto secondo l'accusa: «Vediamo di sistemare questa faccenda». Per Inghirami era una chiara intimidazione legata al duo De Vita-Aramini. Il geometra Antonio De Vita e Katia Aramini erano usciti dal processo patteggiando la corruzione, Nannini su indicazione del suo avvocato - il professor Adriano Martini - aveva chiesto il processo per dimostrare la propria innocenza. E la scelta è stata vincente. Insomma la visita a Inghirami era un normale controllo secondo la difesa. E i giudici gli hanno dato ragione. Per l'accusa (sostenuta in aula dalla dottoressa Conforti, dopo che l'inchiesta era stata condotta dal dottor Tamborini) invece nessuno aveva ordinato quella visita, quindi era proditoria e quindi Nannini era colpevole. Ma la difesa ha dimostrato con i fatti che i controlli potevano essere ordinati anche oralmente e su iniziativa dello stesso vigile. Nannini stava facendo il suo lavoro.
Gli arresti. La mattina del 22 febbraio del 2007 i carabinieri, su mandato della magistratura, arrestano in Comune il geometra Antonio De Vita e la sua collaboratrice Catia Aramini, ipotizzando il reato di concussione. I militari colgono i due in flagranza di reato: seguono la donna che riceve una busta da un imprenditore e poi la porta a De Vita. Nell'involucro ci sono duemila euro, soldi che secondo la procura servivano per pagare una parte della cifra concordata per il condono di una villa. Nei guai pure Nannini: era lui che si occupava delle verifiche sugli immobili da condonare. E il geometra Gianluca Aliboni. Quest'ultimo era accusato di aver indicato all'imprenditore, che poi ha denunciato la storia ai carabinieri, la via più facile per ottenere il condono («se paghi non ti fanno alcun tipo di problema», era il consiglio). Per loro niente manette ma una denuncia.
Il patteggiamento. Solo nannini aveva deciso di andare a processo, in tre hanno patteggiato una pena che va dai due anni ai 15 mesi. A De Vita il giudice ha dato la pena più pesante (due anni), alla Aramini un anno e nove mesi mentre ad Aliboni, che in questa vicenda era più defilato, un anno e tre mesi.

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