Il dolore
Ti iscrivi alla Fiom? E io ti licenzio
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Nuovo Pignone una delle poche aziende in salute del territorioVolete capire come funziona davvero il mercato del lavoro? Venite a vedere cosa succede nell'indotto della Nuovo Pignone. L'invito è della Fiom Cgil di Massa Carrara, che denuncia una «realtà selvaggia» dove il rispetto del contratto di lavoro, di turni e orari è un miraggio, e dove «chi si iscrive al sindacato viene licenziato. In tronco».
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MASSA. Volete capire come funziona davvero il mercato del lavoro? Venite a vedere cosa succede nell'indotto della Nuovo Pignone. L'invito è della Fiom Cgil di Massa Carrara, che denuncia una «realtà selvaggia» dove il rispetto del contratto di lavoro, di turni e orari è un miraggio, e dove «chi si iscrive al sindacato viene licenziato. In tronco».
Sono tanti i lavoratori dell'indotto Pignone: sei-settecento unità, dipendenti - con contratti spesso atipici - di una miriade di aziende di piccole dimensioni. Operai, tubisti, falegnami, carpentieri. Molti, anzi la grande maggioranza, sono di fuori città: arrivano dai poli siderurgici del Sud, (Gela, Taranto) o del Nord est (Marghera, Mestre). Spesso sono stranieri extracomunitari, del Nord Africa.
Le aziende da cui dipendono - dice Alessio Castelli, segretario Fiom Cgil - lavorano in regime di sub-appalto e applicano largamente la cosiddetta "paga conglobata". In sostanza: per periodi tra i tre e i sei mesi lavorano lontano da casa, disposti a turni ripetuti, orari ben al di fuori delle 8 ore previste dal contratto nazionale, riposi solo come optional, straordinari a gogò. In cambio di paghe nettamente più alte di quelle degli operai metalmeccanici «regolari», ma che comprendono indennità di malattie, contributi previdenziali, spese di trasferta.
Sono gli stessi lavoratori a chiedere, spesso, questo tipo di trattamento economico. Ma con ripercussioni negative sul piano della tutela dei diritti, aggiunge la Fiom. Che riferisce poi di casi di aziende che chiudono, licenziano e riassumono il personale sotto altro nome per ottenere gli ammortizzatori della mobilità, di ricatti più o meno espliciti agli operai. Fino ad arrivare a quello del licenziamento per chi sceglie di iscriversi alla Cgil.
«Sì, è così. Abbiamo raccolto più di un caso di questa discriminazione, che impugneremo davanti al giudice», dice Castelli. Ed è per questo, aggiunge, «che il sindacato ha chiesto un incontro con i dirigenti di Nuovo Pignone, per affrontare questo problema che mette in gioco i diritti dei lavoratori, che si trasforma in un intollerabile ricatto per i più deboli, specie gli stranieri, che se perdono il lavoro, rischiano l'espulsione. Una questione di etica, prima di tutto».
Le relazioni sindacali in Nuovo Pignone sono in realtà - lo ammette la stessa Fiom - buone. Ma solo per i circa 300 dipendenti diretti della azienda della G&E. Per le centinaia di lavoratori delle ditte appaltatrici (e soprattutto sub-appaltatrici) la tutela sindacale è quasi impossibile. «Pignone afferma di non poter fare nulla sul rispetto delle regole: una volta che ha verificato la correttezza dell'appalto con i suoi partner maggiori (che sono la francese Heliò e Argos ndr.), sostiene di non potersi occupare di ciò che accade nei rapporti con i sub-appaltanti», spiega ancora Castelli. «Ma noi - prosegue - intendiamo richiamare l'azienda, a cui riconosciamo una cultura di attenzione ai diritti dei lavoratori, a intervenire per tutelare anche queste figure». Intanto il lavoro «selvaggio» prospera ancora.
Claudio Figaia
Sono tanti i lavoratori dell'indotto Pignone: sei-settecento unità, dipendenti - con contratti spesso atipici - di una miriade di aziende di piccole dimensioni. Operai, tubisti, falegnami, carpentieri. Molti, anzi la grande maggioranza, sono di fuori città: arrivano dai poli siderurgici del Sud, (Gela, Taranto) o del Nord est (Marghera, Mestre). Spesso sono stranieri extracomunitari, del Nord Africa.
Le aziende da cui dipendono - dice Alessio Castelli, segretario Fiom Cgil - lavorano in regime di sub-appalto e applicano largamente la cosiddetta "paga conglobata". In sostanza: per periodi tra i tre e i sei mesi lavorano lontano da casa, disposti a turni ripetuti, orari ben al di fuori delle 8 ore previste dal contratto nazionale, riposi solo come optional, straordinari a gogò. In cambio di paghe nettamente più alte di quelle degli operai metalmeccanici «regolari», ma che comprendono indennità di malattie, contributi previdenziali, spese di trasferta.
Sono gli stessi lavoratori a chiedere, spesso, questo tipo di trattamento economico. Ma con ripercussioni negative sul piano della tutela dei diritti, aggiunge la Fiom. Che riferisce poi di casi di aziende che chiudono, licenziano e riassumono il personale sotto altro nome per ottenere gli ammortizzatori della mobilità, di ricatti più o meno espliciti agli operai. Fino ad arrivare a quello del licenziamento per chi sceglie di iscriversi alla Cgil.
«Sì, è così. Abbiamo raccolto più di un caso di questa discriminazione, che impugneremo davanti al giudice», dice Castelli. Ed è per questo, aggiunge, «che il sindacato ha chiesto un incontro con i dirigenti di Nuovo Pignone, per affrontare questo problema che mette in gioco i diritti dei lavoratori, che si trasforma in un intollerabile ricatto per i più deboli, specie gli stranieri, che se perdono il lavoro, rischiano l'espulsione. Una questione di etica, prima di tutto».
Le relazioni sindacali in Nuovo Pignone sono in realtà - lo ammette la stessa Fiom - buone. Ma solo per i circa 300 dipendenti diretti della azienda della G&E. Per le centinaia di lavoratori delle ditte appaltatrici (e soprattutto sub-appaltatrici) la tutela sindacale è quasi impossibile. «Pignone afferma di non poter fare nulla sul rispetto delle regole: una volta che ha verificato la correttezza dell'appalto con i suoi partner maggiori (che sono la francese Heliò e Argos ndr.), sostiene di non potersi occupare di ciò che accade nei rapporti con i sub-appaltanti», spiega ancora Castelli. «Ma noi - prosegue - intendiamo richiamare l'azienda, a cui riconosciamo una cultura di attenzione ai diritti dei lavoratori, a intervenire per tutelare anche queste figure». Intanto il lavoro «selvaggio» prospera ancora.
Claudio Figaia
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