Sicurezza
in cava si muore
Con un piccolo saltoAndrea si sarebbe salvato
Carrara, dicembre 2006. Il blocco di marmo si spezza e schiaccia un cavatore di 33 anni
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CARRARA. Un blocco maledetto, una trentina di tonnellate di marmo che il monte non voleva farsi strappare. Sarebbe finito in un ravaneto, tritato e fatto in scaglie per l’industria del carbonato di calcio. Invece si è aperto in due, dove il “difetto” che lo rendeva non commerciabile si è spalancato dividendolo in due tronconi. Una parte è rimasta sulla pala meccanica, l’altra ha fatto come un balzo all’indietro, verso la parete della galleria da cui era stato estratto. Andrea Giovari, 33 anni, un gigante padre di una bambina di tre anni, se l’è sentito venire addosso, in pieno petto, perché lui era dalla parte della costa di tunnel verso la quale quel terribile troncone di blocco sembrava volersi ricongiungere.
E’ morto schiacciato, sul colpo, davanti agli occhi inorriditi dei compagni di lavoro. Dicono sia rimasto con il sorriso stampato sul volto, quasi che la morte fosse giunta prima del dolore, come se avesse lasciato la vita cominciata in quell’istante. Cava 66, località Poggio Silvestre. Anche se qui di silvestre non c’è niente. Una montagna dura, rocciosa, una galleria spettrale, alta e lunga, un buco di groviera nelle Apuane in cui può entrare e manovrare anche un Tir. E’ della ditta “Aldo Vanelli Marmi”, di cui è titolare Giorgio Vanelli. Siamo nel bacino di Torano, bello e fatale. La strada di arroccamento è piena di fango per la pioggia della notte, ma la pietra bianca riflette un timido raggio di sole. L’ingresso della galleria introduce in un antro buio, nelle viscere di una montagna che in superfice è disseminata di croci, ricordo del sangue versato e dei lutti.
Il turno di lavoro è iniziato da pochi minuti, sono poco più delle 8, quando il gruppo dei cavatori tenta di trasportare fuori dal tunnel quel blocco “incrinato” caricandolo su una pala meccanica. Ma la pietra si spacca, il grande spazio diventa angusto, una trappola mortale per il cavatore di Caina che si trova dalla parte della parete. E’ morto senza rendersene conto, con un balzo laterale si sarebbe salvato. La famiglia ha donato gli organi: valvole cardiache, cornee e tessuti. E’ l’ultima vittima toscana sul lavoro, un elenco interminabile. Il pericolo maggiore è quello delle frane. Contro l’improvviso smottamento del terreno le normali misure di prevenzione lasciano il tempo che trovano. Niente a che vedere, però, con la tragedia di ieri a Torano.
A ricordare il pericolo frane c’è solo la vicinanza, una cinquantina di metri, con il dramma del 1998 a Bettogli, quando due cavatori furono appunto travolti e uccisi da una frana. Il dissesto del terreno spesso lancia segnali allarmanti. Nell’ottobre del 2004 un intero costone si staccò dalla montagna seppellendo una delle 102 cave di marmo, in uno dei luoghi più belli e più tipici delle Apuane, il bacino di Gioia. In quella occasione la strage fu solo sfiorata perché era l’ora di pranzo e le 150mila tonnellate di pietra, un decimo di quanto si scava in un anno, non fecero vittime. Passi avanti, sulla strada della sicurezza sul lavoro in cava, ne sono stati fatti. Lo dimostra il fatto che quello di ieri è l’unico incidente mortale avvenuto nel 2006 in una cava. L’ingegner Maura Pellegri, responsabile del servizio sicurezza sul lavoro dell’Usl, ha lavorato molto. I sopralluoghi suoi e quelli dei suoi collaboratori nelle cave hanno prodotto risultati tangibili. Certo che qualche volta c’è da combattere con i proprietari delle cave, che non intendono sobbarcarsi troppi oneri, qualche volta anche con i cavatori, che fanno volentieri a meno delle protezioni previste dalla legge.
Ad esempio gli scarponi chiodati, nei quali è difficile camminare a lungo senza rompersi i piedi. Oppure l’uso del casco che, specialmente d’estate, viene “dimenticato”. Per quanto concerne il dissesto del terreno che causa le frane il servizio sicurezza sul lavoro dell’Usl compie un assiduo lavoro per vigilare che la lavorazione avvenga rispettando quel che viene definito il “piano di coltivazione“ delle cave. Ma non bisogna mai dimenticare che, per quanto rispettosi delle norme geologiche, si tratta pur sempre di estrazione di grandi quantitativi di pietra dalla montagna. Il filo diamantato taglia i blocchi come fossero burro, ogni anno si estraggono circa un milione e mezzo di tonnellate di marmo (e altri cinque milioni di tonnellate di scaglie), una quantità impressionante che, per ridurla ad un’immagine, equivale all’isola della Palmaria: quella in superfice e quella che sta sotto il livello del mare.
I tentativi di portare un po’ di ordine e di regole si scontrano con una logica talmente contraria a qualsiasi vincolo da non aver ancora permesso di redarre un piano regolatore delle cave. Adesso la Regione è in dirittura di arrivo rispetto all’approvazione del piano delle attività estrattive. Proprio ieri si sono riunite le commissioni attività produttive e ambiente che hanno deciso di portarlo in approvazione a gennaio, nell’aula del Consiglio.
E’ morto schiacciato, sul colpo, davanti agli occhi inorriditi dei compagni di lavoro. Dicono sia rimasto con il sorriso stampato sul volto, quasi che la morte fosse giunta prima del dolore, come se avesse lasciato la vita cominciata in quell’istante. Cava 66, località Poggio Silvestre. Anche se qui di silvestre non c’è niente. Una montagna dura, rocciosa, una galleria spettrale, alta e lunga, un buco di groviera nelle Apuane in cui può entrare e manovrare anche un Tir. E’ della ditta “Aldo Vanelli Marmi”, di cui è titolare Giorgio Vanelli. Siamo nel bacino di Torano, bello e fatale. La strada di arroccamento è piena di fango per la pioggia della notte, ma la pietra bianca riflette un timido raggio di sole. L’ingresso della galleria introduce in un antro buio, nelle viscere di una montagna che in superfice è disseminata di croci, ricordo del sangue versato e dei lutti.
Il turno di lavoro è iniziato da pochi minuti, sono poco più delle 8, quando il gruppo dei cavatori tenta di trasportare fuori dal tunnel quel blocco “incrinato” caricandolo su una pala meccanica. Ma la pietra si spacca, il grande spazio diventa angusto, una trappola mortale per il cavatore di Caina che si trova dalla parte della parete. E’ morto senza rendersene conto, con un balzo laterale si sarebbe salvato. La famiglia ha donato gli organi: valvole cardiache, cornee e tessuti. E’ l’ultima vittima toscana sul lavoro, un elenco interminabile. Il pericolo maggiore è quello delle frane. Contro l’improvviso smottamento del terreno le normali misure di prevenzione lasciano il tempo che trovano. Niente a che vedere, però, con la tragedia di ieri a Torano.
A ricordare il pericolo frane c’è solo la vicinanza, una cinquantina di metri, con il dramma del 1998 a Bettogli, quando due cavatori furono appunto travolti e uccisi da una frana. Il dissesto del terreno spesso lancia segnali allarmanti. Nell’ottobre del 2004 un intero costone si staccò dalla montagna seppellendo una delle 102 cave di marmo, in uno dei luoghi più belli e più tipici delle Apuane, il bacino di Gioia. In quella occasione la strage fu solo sfiorata perché era l’ora di pranzo e le 150mila tonnellate di pietra, un decimo di quanto si scava in un anno, non fecero vittime. Passi avanti, sulla strada della sicurezza sul lavoro in cava, ne sono stati fatti. Lo dimostra il fatto che quello di ieri è l’unico incidente mortale avvenuto nel 2006 in una cava. L’ingegner Maura Pellegri, responsabile del servizio sicurezza sul lavoro dell’Usl, ha lavorato molto. I sopralluoghi suoi e quelli dei suoi collaboratori nelle cave hanno prodotto risultati tangibili. Certo che qualche volta c’è da combattere con i proprietari delle cave, che non intendono sobbarcarsi troppi oneri, qualche volta anche con i cavatori, che fanno volentieri a meno delle protezioni previste dalla legge.
Ad esempio gli scarponi chiodati, nei quali è difficile camminare a lungo senza rompersi i piedi. Oppure l’uso del casco che, specialmente d’estate, viene “dimenticato”. Per quanto concerne il dissesto del terreno che causa le frane il servizio sicurezza sul lavoro dell’Usl compie un assiduo lavoro per vigilare che la lavorazione avvenga rispettando quel che viene definito il “piano di coltivazione“ delle cave. Ma non bisogna mai dimenticare che, per quanto rispettosi delle norme geologiche, si tratta pur sempre di estrazione di grandi quantitativi di pietra dalla montagna. Il filo diamantato taglia i blocchi come fossero burro, ogni anno si estraggono circa un milione e mezzo di tonnellate di marmo (e altri cinque milioni di tonnellate di scaglie), una quantità impressionante che, per ridurla ad un’immagine, equivale all’isola della Palmaria: quella in superfice e quella che sta sotto il livello del mare.
I tentativi di portare un po’ di ordine e di regole si scontrano con una logica talmente contraria a qualsiasi vincolo da non aver ancora permesso di redarre un piano regolatore delle cave. Adesso la Regione è in dirittura di arrivo rispetto all’approvazione del piano delle attività estrattive. Proprio ieri si sono riunite le commissioni attività produttive e ambiente che hanno deciso di portarlo in approvazione a gennaio, nell’aula del Consiglio.
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