Il Tirreno

Spike Lee: interpreterà il piccolo salvato dal gigante nero della divisione Buffalo

Il protagonista sarà un bambino apuano

Spike Lee
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Spike Lee

Presentato a Roma il film sull’eccidio: costerà 45 milioni di dollari. Il regista chiederà soldati Usa per trasformarli in veri attori La pellicola pronta entro il 2008

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ROMA. «Cercasi bambino toscano dai 7 ai 10 anni, magro, dal viso delicato, ma aperto, sveglio e dalla forte personalità». Sarà lui il protagonista del nuovo film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, ambientato nel 1944 e basato sull’omonimo libro dello scrittore afroamericano James Mc Bride che narra della strage di civili consumata il 12 agosto 44 a Sant’Anna di Stazzema ad opera dei tedeschi. A lanciare l’appello è lo stesso regista, che ieri mattina a Roma ha presentato il suo lavoro. «Il ragazzino, salvato da un soldato di colore, sarà uno dei personaggi chiave del film - dice Lee - non importa se sia alla sua prima esperienza cinematografica, basta che abbia un buon temperamento e che sia toscano: vogliamo un bimbo del posto, non un americano o un romano». Un piccolo Enrico Pieri insomma (il bambino di Sant’Anna, oggi ultrasettantenne, che scampò all’eccidio del 1944), da affiancare al «gigante di cioccolato». Saranno loro a capitanare il «cast stellare», come lo ha definito lo stesso regista, che darà un volto e un’anima al film. Il tutto per una produzione che avrà dei costi da capogiro: 45 milioni di dollari investiti al 50% dalla On my own, neonata società di Roberto Cicutto e Luigi Musini, ex della Mikado, e dallo stesso Spike.

E un ulteriore contributo economico al film potrebbe venire anche dalla Regione Toscana, come annunciato ieri a Roma dall’assessore regionale al bilancio, Giuseppe Bertolucci, che si è detto disposto a istituire un «fondo produzioni» all’interno della Mediateca regionale. Per ora si tratta di un progetto, ma la troupe tutta italiana di Spike e gli esperti della Toscana Film Commission - che stanno seguendo passo dopo passo tutti i lavori - si stanno dando da fare giorno e notte per concludere prima possibile le fasi preliminari del film, che dovrebbe esser pronto entro il 2008. In queste ore, casting si stanno svolgendo in Italia, in Usa e in Germania. «Sarà un cast di star di respiro internazionale - conferma un ermetico Lee - formato da attori americani, italiani e tedeschi». Il regista afroamericano sta analizzando decine e decine di filmati di attori italiani per capire quali potrebbero essere i più adatti alla sua pellicola. Quanto agli interpreti americani di colore, il manager di Lee sta stilando una lista di possibili candidati per il ruolo dei quattro protagonisti: lo storia narrata nel film ruota, infatti, intorno alle vicende di quattro soldati che rimangono bloccati nel paesino toscano, al di là delle linee nemiche, separati dal resto dell’esercito, dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo il bambino. «Stiamo cercando attori di colore, di massimo 28-30 anni, che abbiano un viso fresco da ventenni, in grado di calarsi perfettamente nel ruolo dei giovani soldati neri della 92ª Divisione Buffalo, che fu impiegata in Toscana per combattere al fronte contro l’esercito tedesco», dice Cicutto. L’obiettivo è ricreare nella maniera più fedele possibile l’atmosfera reale di quegli anni e dare un volto e un giusto riconoscimento cinematografico al coraggio dei soldati neri che hanno combattuto la seconda guerra mondiale, troppo spesso dimenticati da Hollywood, come ha più volte sottolineato Spike Lee.

E a questo scopo non è escluso che sul set possano essere impiegati dei veri soldati americani di colore di stanza in Italia: un progetto, a cui sta lavorando la Toscana Film Commission, che coinvolgerebbe attivamente l’esercito americano presente in Italia in un film che vuole da un lato denunciare gli orrori della seconda guerra mondiale e dall’altro dare risalto al valore dimostrato dai neri. «Stiamo collaborando con il governo americano - spiega la direttrice della Mediateca regionale Toscana Film Commission, Stefania Ippoliti - per vedere se c’è la disponibilità delle forze armate americane di stanza in Italia a comparire nel film: un apporto che avrebbe un significato importante». In completo grigio lucido, cravatta e con un grande crocifisso al collo, Spike Lee, in Italia con i suoi due bambini e con la moglie Tanya, ieri si è concesso volentieri a fotografi e giornalisti accorsi a Roma da mezzo mondo. A tutti il regista ha ribadito più volte che il suo film vuole restituire ai soldati di colore che hanno combattuto coraggiosamente nella seconda guerra mondiale un volto, un nome, un’anima. «Voglio raccontare ciò che Hollywood ha volutamente taciuto negli anni - nota Lee. - Le major hanno sempre dipinto i neri come selvaggi, come persone di serie B, quasi senza umanità, e la società ha utilizzato questi film per soffocare i nativi americani: gli Usa hanno infatti sfruttato questi modelli diffusi dai media per mettere a tacere le ingiustizie e i maltrattamenti subiti dai neri. Gli stessi soldati di colore sono stati vittime di un terribile paradosso: in molti hanno combattuto strenuamente per la democrazia, ma poi, tornati dal fronte, hanno rischiato di essere linciati in patria perché considerati cittadini di seconda classe.

Ed è questa assurdità che mi ha dato lo spunto per costruire questo film. Anch’io, come americano, sono cresciuto nel segno dei film western, influenzato dal mito di personaggi ed eroi bianchi alla John Wayne. Ma poi negli anni ho capito che le cose non stavano proprio così». Si schiera a difesa del mondo afroamericano anche Mc Bride, autore del libro Miracle at Sant’Anna, edito da Rizzoli nel 2002, ed ora in ristampa. Lo scrittore e sceneggiatore racconta come è nato il suo miracolo: «Nel 2000 ho incontrato un uomo di Barga, figlio di un partigiano: è stato lui, oltre a uno zio che ha combattuto nella seconda guerra mondiale, a ispirare il mio libro: mi sono appassionato a questo pezzo di storia italiana di cui i neri sono stati protagonisti. E così, dopo sei mesi di intense ricerche storiche e raccolta di testimonianze in Italia, ho dato vita al romanzo. Il messaggio che voglio lanciare è di pace ma anche di denuncia. Il vero miracolo è che ci sono voluti 60 anni per poter fare un film su una pagina così importante della storia: ora le voci di tutti coloro che sono stati messi a tacere potranno finalmente emergere».

A testimoniare il valore dimostrato dai soldati neri della divisione Buffalo, ieri mattina ci ha pensato un combattente, reduce dal fronte, William Perry, 83 anni ad agosto. Commovente ascoltare gli orrori della guerra dalle sue labbra e da quelle di Moreno Costa, partigiano di Pietrasanta, classe 1926, presente ieri a Roma, che nel ’44 ha preso parte alla Resistenza in Versilia. Un faccia a faccia emozionante, che si è rivelato un confronto storico tra due eroi d’altri tempi. «Ero nella formazione partigiana Bandelloni - ricorda Costa - nostro fu il compito di precedere la Buffalo a ottobre del ’44 sopra Seravezza. Ho sempre avuto un rapporto speciale con gli italiani, e con i partigiani abbiamo lavorato benissimo» gli fa eco Perry, che nel ’44 aveva 19 anni. Toccante anche il racconto di Enrico Pieri, che nel massacro di Sant’Anna ha perso tutta la famiglia: «Avevo 10 anni, quella mattina ci avvisarono che stavano arrivando i tedeschi: ci portarono di forza nella cucina di una famiglia d’amici e lì iniziarono a sparare e poi appiccarono il fuoco. Dopo anni e anni in cui nel mio cuore ha abitato il rancore, oggi ho perdonato la Germania e come dimostrazione della mia attuale serenità ho voluto che mio figlio studiasse proprio il tedesco».

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