Il Tirreno

«Non è una provincia a rischio»

Giovanna Mezzana

L’amministratore delegato della Crc: non facciamoci del male

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CARRARA. Bisogna togliersi dalla testa l’idea che investire denari a Massa-Carrara è più rischioso che altrove. Perché il territorio ha tutti i requisiti per rispondere positivamente alle sollecitazioni del mercato. Il monito è di Pietro Coppa, amministratore delegato, membro del comitato esecutivo e consigliere di Cassa di Risparmio di Carrara. Occasione per parlare di credito è stato l’incontro, presso la Camera di Commercio, che ieri ha riunito politica, sindacato e associazioni. Obiettivo, commentare i dati (tendenzialmente positivi) contenuti nell’ultimo rapporto economia messo a punto da Cciaa e istituto di Studi e Ricerche. Sullo sfondo, nodi irrisolti come la bonifica dei territori della zona industriale, visioni sui modelli di sviluppo che si contrappongono, il futuribile porto turistico (a chi il compito di progettarlo?) e ancora qualche qui pro quo su chi deve fare cosa (vedi ruolo Consorzio Zia).

Il monitoraggio dell’Istituto di studi e ricerche rivela che, se in Toscana l’indice di rischiosità è al di sotto del 3% e in Italia è al 3,4, nella nostra provincia lievita al 4,5%. Tutto ciò si traduce in: minore dimensione unitaria dei fidi e peggiori condizioni economiche applicate. In breve, i tassi salgono: quello medio sui crediti a breve termine è del 6,79% (in Italia è al 5,82%). Che significa? Che le banche ritengono che prestare denari a Massa-Carrara sia più rischioso che altrove? Che i cittadini, nonché gli imprenditori, non sono in grado di far fronte al proprio debito? «Basta con questa idea - esordisce Pietro Coppa - Nella provincia apuana c’è la stessa rischiosità che si registra altrove nella fascia di clienti tipici di questo territorio». E chi sono i clienti tipici? A parte i cittadini, sono le piccole imprese. Che sono troppo piccole. «Qui - continua l’amministratore delegato della Cassa di Risparmio di Carrara - mancano gruppi imprenditoriali di piano medio che sono in grado di avere con la banca una posizione concorrenziale e che hanno impieghi più alti».

Manca, o non è numericamente pesante, quella fascia di aziende, strutturate e ben capitalizzate, che contribuiscono a far abbassare i tassi. «Affermo questo - continua Coppa - non tanto per nostra difesa. Piuttosto, per il bene del territorio, togliamoci dalla testa l’idea che qui si rischia più che altrove». Medie imprese: sono loro a svolgere un ruolo cruciale per il traino dell’economia. O meglio: ciascuna fascia, dimensionalmente intesa, ha un ruolo. “Armare” le piccole contro le medie, o viceversa, è una battaglia pericolosa, soprattutto in un territorio che ha pagato a caro prezzo la dipartita della grande industria di Stato. «Non voglio polemizzare con Cna quando dice: “il territorio deve tutto alle piccole imprese” - commenta il direttore dell’Assindustria, Andrea Balestri -. Piuttosto dico: “grazie a tutte le imprese”. Il tessuto economico si sostiene sulle piccole ma anche sulle medie imprese che sono scuole di imprenditori. Contrapporre le piccole con le grandi equivale a un punto di vista provincialistico». Ed è proprio dal modello di alcune medie imprese locali che deve ripartire, secondo l’associazione degli Industriali, la prospettiva con cui guardare al futuro: «Ogni giorno presso il Nuovo Pignone - continua Balestri - arrivano tra i 30 e i 50 esperti a livello mondiale in tecnologia settore energia e gas: una fortuna che bisogna sfruttare perché altrimenti ciò che davvero farà paura sarà la mancanza di centri e di funzioni in grado di attrarre persone qualificate che portano cultura industriale».

IL NODO BONIFICHE. Medie e grandi aziende che a volte sul territorio non trovano le condizioni per fare impresa. Un esempio: il nodo irrisolto delle bonifiche. «Un problema sottovalutato - chiosa Balestri - che blocca importanti investimenti». Il rischio? Se l’impresa si stanca di essere sottoposta ad una corsa ad ostacoli può decidere di andare altrove. E anche in questo caso, secondo Balestri, gli esempi non mancano: «Comparto carbonati - continua il direttore degli Industriali -, un settore bistrattato dove, a livello locale, esistono tecnologie di altissimo livello. Omya possiede 150 siti produttivi in tutto il mondo. Da nessuna parte c’è un livello di ostilità pari a quello del nostro territorio (il riferimento è al progetto di ampliamento della multinazionale, “progetto Murlungo, ndc). C’è un’altra società (la Solvay Bario, ndc) che detiene il 60% di una produzione legata ai personal computer: prima o poi se ne andrà altrove e le conseguenze si vedranno nei rapporti economia dei prossimi anni».

INDUSTRIA E TERRITORIO. Al direttore dell’Assindustria risponde il sindaco di Massa, Fabrizio Neri: «Noi non vogliamo fare impresa - dice il primo cittadino di Massa - anche perché le imprese che possediamo a partecipazione pubblica ci chiedono in continuazione denari che togliamo da altri settori che riguardano i cittadini. È indubbio che l’industria del carbonato di calcio sia importante, però la ricaduta sul territorio, dal punto di vista occupazionale, è bassa per l’alto livello di automazione». In un territorio, litigioso per Dna, ogni scelta accontenta qualcuno e scontenta qualcun altro: «Ogni intervento fuori-costa preoccupa i balneari massesi», dice il sindaco di Massa Neri (il riferimento è all’attività portuale, gli risponde il sindaco di Carrara, Angelo Zubbani, vedi articolo a parte). Neri chiude con un messaggio indiretto quanto inequivocabile: «E allora dico “no” alle furbate di qualcuno contro altri».

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