Attenzione
Il video di Legambiente che dimostra il rischio di alluvioni a Carrara
L'associazione manda una lettera di allarme alla politica: "nonostante i lavori di adeguamento esiste una fabbrica del rischio". Sotto accusa i ravaneti con poche scaglie e molta terra
CARRARA. Un esperimento «a prova di increduli» per dimostrare, con una simulazione, quella che Legambiente chiama «fabbrica del rischio alluvionale», riferendosi alla «gestione dei bacini montani». E Legambiente Carrara lo fa in una lunga lettera che ha inviato nei giorni scorsi ai vertici di palazzo civico: dal sindaco ai dirigenti, passando per giunta e consiglieri. Il concetto esposto dalla sezione carrarese è chiaro: «Nonostante i lavori di sistemazione del Carrione, il centro città è soggetto a un rischio alluvionale elevato (quel che è peggio, progressivamente crescente) a causa della radicale trasformazione dei ravaneti, sempre più poveri di scaglie e più ricchi di terre: a parità di precipitazioni, dunque, i picchi di piena divengono più elevati», scrivono. La situazione, fanno notare, non cambia con i Pabe (i piani attuativi dei bacini estrattivi, con la scheda 15, la più corposa, fresca d'approvazione in consiglio).
«Segnalazioni e proposte avanzate da anni sono cadute nel vuoto, si rifiuta di credere che l’amministrazione sia talmente irresponsabile da accrescere intenzionalmente il rischio alluvionale». E allora l'esperimento, con tanto di video, «simulando con annaffiatoi, imbuti, sabbia, tubi, il comportamento di due bacini montani, uno privo di ravaneti e l’altro con ravaneti spugna».
E arriviamo alla dimostrazione (qui il link al video di Legambiente: https://bit.ly/2MxzwrO) che conferma, per l'associazione, «in maniera inequivocabile la notevole riduzione del picco di piena prodotta dai ravaneti spugna. Un secondo esperimento dimostra che tale riduzione è dovuta sia all’effetto spugna (l’acqua assorbita dai ravaneti è sottratta alla piena) sia, in misura ben maggiore, all’effetto rallentamento dei deflussi: le acque piovane, costrette a compiere un percorso tortuoso e molto più lungo tra gli interstizi dei detriti del ravaneto, distribuiscono il volume d’acqua precipitato su un tempo più lungo, riducendo in tal modo il picco di piena. A conferma della solidità scientifica della proposta – aggiungono –, Legambiente ricorda che il salvataggio dei ponti storici dalla demolizione o dall’innalzamento è proprio il frutto della sua richiesta alla Regione di ricalcolare le portate di piena tenendo conto della permeabilità dei ravaneti. Ne sono risultate portate più basse (di 40 m3/s) che hanno reso superflui gli interventi previsti sui ponti». La chiosa verso il Municipio è dura: «Un’amministrazione consapevole che l’attuale gestione dei bacini montani e le tendenze in atto agiscono come una “fabbrica del rischio alluvionale” e che, ciononostante, non si attivasse per invertire la rotta, sarebbe chiamata a risponderne nel caso, purtroppo prevedibile, di una futura alluvione».
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