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"Io, sopravvissuto ai veleni della Rumianca"

"Io, sopravvissuto ai veleni della Rumianca"

La storia di Vittorio Manici, ex dipendente della fabbrica chimica massese, che ha festeggiato da poco i 50 anni di matrimonio: "Dei 700 che eravamo, siamo rimasti in 10"

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CARRARA «Un sopravvissuto». Così si definisce Vittorio Manici, dipendente della Rumianca dal 1961 al 1983. L’ex lavoratore, oggi 79enne, ha festeggiato lo scorso 18 ottobre 50 anni di matrimonio, ma non riesce ancora a credere che sia stato possibile raggiungere questo importante traguardo a chi come lui ha lavorato tanto a lungo in uno stabilimento così insalubre. «Di 700 che eravamo alla Rumianca, fra dipendenti diretti ed imprese dell’indotto, -afferma- saremo sopravvissuti in meno di dieci».

La stessa famiglia Manici ha pagato un tributo pesantissimo alla fabbrica avenzina. Carlo Manici, padre di Vittorio, anch’egli operaio alla Rumianca, morì a 46 anni per un tumore alla gola, mentre sua madre, che distribuiva latte all’interno dello stabilimento, dovette smettere di lavorare, perché soffriva di emorragie al fegato e allo stomaco, che avrebbero condannato anche lei ad una fine prematura. La donna fu sostituita proprio da Vittorio, suo primogenito. Ma anche il figlio minore Giancarlo, scomparso due anni fa, lavorò alla Rumianca dal 1970 al 1984, anno della chiusura. Per i due fratelli questa esperienza fu una discesa negli abissi dell’industrializzazione più velenosa, che ha rovinato le loro vite. Vittorio, ammalatosi di tumore a causa della prolungata esposizione all’arsenico, è stato operato ad entrambi i polmoni. Anche Giancarlo era costretto a sottoporsi alla Tac ogni tre mesi, perché gli erano state diagnosticate delle placche provocate sempre dai composti arsenicali. Dentro la fabbrica i due lavoratori erano addetti un po’ a tutto, anche al diserbante Olgran, impiegato nelle risaie.

«Sia io che mio fratello -racconta Vittorio Manici- abbiamo perso i denti a 40 anni, per colpa di quei diserbanti che ci bruciavano la bocca. Avevamo vergogna per il puzzo che ci restava addosso finito il lavoro. Ci lavavamo anche con l’aceto, ma non riuscivamo a mandare via la puzza». L’ex operaio ricorda anche gli sversamenti notturni di sostanze tossiche nel Lavello. «Negli anni ’70 -spiega- la Rumianca era aperta 24 su 24 ed io facevo i turni. A mezzanotte i capoturni mi davano ordine di aprire le valvole e gettare nel Lavello tutti gli scarti di lavorazione, contenuti nei vasconi. Per chi lavorava di notte questa era una prassi obbligatoria. Quando c’erano i controlli dell’Usl venivano gettati pesci rossi nel vascone, circa 10 minuti-un quarto d’ora prima dell’ispezione, per dimostrare che l’acqua era pulita. Dopo mezzora, però, ad ispezione conclusa, i pesci saltavano fuori da soli per morire. A fine anni ’70 -prosegue- arrivò in fabbrica un camion con container, proveniente da Israele. Per scaricarlo ci volle una settimana, perché i sacchi che conteneva, quando perdevano polvere, facevano sanguinare il naso e bisognava stare attentissimi nel maneggiarli».

Per anni Vittorio e Giancarlo hanno dovuto lottare per farsi riconoscere i diritti che spettavano loro. Vittorio ha ottenuto l'invalidità all’80% solo nel 2016. La storia dei due fratelli ha ispirato il libro “La signora dei veleni” di Idalgo Sartini, da cui il regista Riccardo Ricciardi, oggi deputato del Movimento 5 Stelle, ha tratto l’omonima piece televisiva.

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