La manifestazione
Acque sotterranee, sos contaminazione a Massa e Carrara
Lo studio di Arpat ha rilevato la presenza di cromo esavalente Positiva inversione solo per il ferro nella zona di Cervaiolo
Massa-Carrara. Il rapporto “Monitoraggio corpi idrici sotterranei” relativo al triennio 2016-2018 parla chiaro e riferisce di «situazioni più particolari (che) riguardano il corpo idrico apuo-versiliese, sottoposto in passato ad una forte pressione industriale, soprattutto nell’area Sin di Massa, con le contaminazioni storiche industriali da cromo VI ed atrazina, cui si aggiungono contaminazioni urbane da ammonio». Questi si legge nel rapporto, realizzato dall’Arpat secondo le normative regionali, nazionali ed europee, con l’esame di 65 corpi idrici (leggi: fiumi e bacini idrici)e 435 stazioni di monitoraggio della Toscana. Il nostro territorio, indicato come “Versilia e riviera apuana”, figura tra i 7 “corpi idrici a rischio” della regione, a causa della presenza nelle acque sotterranee di valori elevati di contaminanti quali arsenico, cromo VI, ferro, piombo, ione ammonio, atrazina, riconducibili all'inquinamento chimico residuo.
Per quanto riguarda il ferro, però, viene anche sottolineata una “positiva inversione” per il parametro di stato critico, registrato dalla stazione “Cervaiolo” a Montignoso, così rilevante da portare al rientro dallo stato scarso. Quella che però resta preoccupante è la concentrazione degli altri inquinanti. La contaminazione, inoltre, non si limita al solo acquifero della zona industriale apuana, ma emerge anche nelle acque sotterranee delle aree residenziali, in quanto legata ai flussi di falda. Il report dell’Arpat, dunque, non fa che ribadire quanto già emerso dalle analisi effettuate di recente dalla Sogesid Spa, società del ministero dell’Ambiente, nell’ambito delle attività previste dall’accordo di programma per la bonifica del Sin-Sir . Allarmante, in particolare, la conferma della presenza del cromo VI (esavalente), altamente cancerogeno.
A Carrara gli esami svolti dalla Sogesid in 4 pozzi di via Frassina, dove si trova l’ex Ferroleghe, hanno rilevato questo veleno (il cui valore limite di emissione nelle acque superficiali deve essere per legge inferiore o uguale a 0,2 milligrammi per litro) nelle seguenti concentrazioni: dal più basso 1,3 milligrammi, agli intermedi 12 milligrammi, fino ai valori massimi di 39 e 42 milligrammi. L’inquinamento proviene dall’area dell’ex stabilimento al cui interno ci sono ancora due vasche contenenti cromo, cromo VI ed altri metalli pesanti (lotto 9, cumulo N). La stima dei rifiuti presenti, tra fanghi cromici, materiali di scarto dell’industria lapidea e di demolizioni, è di oltre 100.000 tonnellate. La barriera idraulica, installata nell’area dal 2006, non sembra aver sortito effetti positivi, dal momento che la presenza di cromo esavalente oltre i limiti è stata rilevata anche nelle acque a valle dell’ex Ferroleghe. L’intervento di risanamento ambientale della proprietà, presentato nel 2013, non prevedeva la bonifica, ma solo una temporanea rimozione dei fanghi, da stoccare poi in una sorta di sarcofago di cemento per la messa in sicurezza permanente. Anche nell’accordo di programma di settembre 2016 non si parlava di interventi nell’area. Per fortuna, con il perfezionamento dell’accordo, firmato a maggio 2018, è stato previsto lo stanziamento di 7.682.896 euro per la bonifica completa dell’ex Ferroleghe, con rimozione e smaltimento dei fanghi ancora presenti; trasformazione del 75% dei materiali accumulati in materiale riutilizzabile in sito e smaltimento del resto. Adesso rimane da attendere l’inizio di queste operazioni. —
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