Il Tirreno

Poesia dialettale, tra Shakespeare in carrarino e perle in rima

Francesca Vatteroni
Poesia dialettale, tra Shakespeare in carrarino e perle in rima

Vince "Fa a modr...", frase auspicio. L’autore, Mirco Del Vecchio, ripercorre le parole ripetute dalla nonna al nonno prima di andare al lavoro in cava

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CARRARA. Avete mai ascoltato il Re Lear di Shakespeare recitato in carrarino? O meglio il dialogo tra il nobile Edgardo e il servo Osvaldo, quest’ultimo lanciato in una serie di battute rigorosamente in carrarino? La terza edizione del premio di poesia in dialetto "Sot l’Steda d’Toran", Sotto le stelle di Torano, ha regalato anche questo momento particolarmente affascinante, grazie al prezioso intervento di Beniamino Gemignani, storico di Carrara e del suo dialetto, che ha ricordato la conosciuta figura del commediografo, scrittore e traduttore italiano e carrarino doc, Cesare Vico Lodovici, autore di un’importante traduzione Einaudi delle opere del Bardo: "Vico Lodovici ha tradotto tutte le opere di Shakespeare-ha spiegato il nostro storico- la sua traduzione è considerata la più bella dai critici inglesi. Dobbiamo anche considerare che molte delle opere di Shakespeare sono ambientate in Italia, come Romeo e Giulietta, La Bisbetica Domata o Il Mercante di Venezia e così Vico Lodovici aveva scelto per alcuni personaggi un po’ ruvidi, di mettere loro in bocca il dialetto aspro carrarino».

Sorride, il pubblico intervenuto e che ha riempito la piccola piazza dedicata ai salotti letterari della kermesse di Torano Notte e Giorno, dello stridere tra la levatura shakespeariana del dialogo con il nobile Edgardo e il gergo carrarino.Sorride e poi applaude la commozione di Mirco Del Vecchio, il vincitore della terza edizione del premio, che recita a memoria una poesia dedicata "a la mé nona e al mé nonò" e legata in qualche modo al destino in cava, dato che il nonno era cavatore e ogni mattina di buonora la nonna, preparando la colazione, al marito che usciva per andare in cava si raccomandava "Fa a modr", fa a modo."Vivendo anche coi nonni era un rito alzarsi presto, ed è una cosa che mi è rimasta e questo auspicio di mia nonna a mio nonno, che significava "mi raccomando torna a casa", poi è rimasto nel tempo" racconta Del Vecchio quasi commuovendosi, dopo aver recitato a memoria la sua poesia, cadenzata da questo "fa a modr", mentre descrive con pochi versi nostalgici, quasi frugali, la colazione e l’angoscia di ogni mattino."Fa a modr... tut’le sante matine, sempr al bui. Fa a modr...’l mus lavat con d’akua freda d’l bazil. Fa a modr... i s’n fil ’l matalò, i s’agiust ’l tascapan. Fa a modr... malapena bias’at a oci basi. Fa a modr... mili pensieri sgranti come rosai. Fa a modr... (se dio vorà) e ’l pas’o è ’nzà luntan"

.È la nostalgia che la fa da padrona tra i versi letti l’altra sera anche se il messaggio finale, orientato verso la conquista delle nuove generazioni laddove oggi non è più un tabù parlare il dialetto, non più segno di appartenenza ai ceti più umili, ma considerato un riappropriarsi delle radici identitarie, come è stato sostenuto da tutti.Particolarmente apprezzabile, come sempre, è stato il contributo di Gemignani che ha accomunato il nostro dialetto alle nostre montagne, ricordando come la parola e il nome siano un trait d’union tra luoghi, persone e identità: «Il nome Bettogli, la cima che tanti vorrebbero tagliare, ha un’origine biblica: Giocobbe durante un viaggio, a un suo risveglio sentì Dio che gli diceva di non levigare la roccia su cui aveva dormito ma di ungerla, santificarla. Da lì Bettol, che significa casa di Dio, e i bettili sono speroni che si trovano spesso sul Bettogli. Lo stesso la cima Calocara ma che in realtà si chiama Carocara: deriva da Car, pietra e ara, altare e sopra queste 2 cime c’è il Monte Sacro. La cima che stanno affettando, qua, alle porte di Torano, è il Piccolo Appennino dedicato al Dio Appennino dagli Apuani, sacro per quei popoli. Dobbiamo un futuro alla nostra identità».

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di Redazione web