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Calcio serie D

Lelli. Un destino in panchina

di Luca Tronchetti
Nico Lelli 29 anni di Vecchiano il più giovane allenatore della serie D nel GhiviBorgo
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Nico Lelli 29 anni di Vecchiano il più giovane allenatore della serie D nel GhiviBorgo

A soli 29 anni guida il GhiviBorgo, la squadra con in rosa più “under” di tutta la D.  «Quella di oggi è una partita come le altre, dobbiamo sempre puntare al massimo»

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GHIVIZZANO. Nico Lelli, lo Steve Jobs della panchina – capace di zittire cronisti e tifosi che alla vigilia consideravano il GhiviBorgo tra le candidate alla retrocessione – oggi è diventato l’oggetto del desiderio di numerosi e blasonati club di D che aspirano al ritorno nei professionisti o di formazioni di serie C che, in mancanza di mezzi economici, cercano allenatori determinati e in grado di dare forma a idee rivoluzionarie per un calcio dove a distanza di un secolo catenaccio e contropiede restano un porto sicuro per mettere fino in cascina. Lui, 29 anni, condottiero di una squadra con l’età media più giovane di tutta la Quarta serie (20 anni, con Sanzone, classe 1987, il più anziano in organico) non pensa al derby con il Tau come una partita speciale, determinante ai fini dei playoff: «É una delle cinque sfide che restano da giocare prima della fine della stagione. E da queste gare vogliamo ottenere il massimo: 15 punti. Dobbiamo cercare di riuscirsi nell’unico modo che conosciamo: attraverso il controllo del gioco, la prestazione, la massima attenzione, la cura dei particolari. A un certo punto della stagione la squadra era a sei punti dalla prima e abbiamo provato ad alzare l’asticella. La batosta con il Montevarchi ci è servita a correggere certi errori».

Self made man

Originario di Vecchiano, ma residente ad Arena Metato (“sono vicino di casa di Giancarlo Favarin”), due laure (una in Scienze Motorie, con una tesi sulle neuroscienze) e un’idea precisa: arrivare nel calcio. Da giocatore è andata male: «Tifoso dell’Inter come tutti i bambini sognavo la serie A, di diventare il calciatore professionista. A 17 anni ho debuttato in D collezionando circa 120 presenze più un centinaio in Eccellenza. E nel GhiviBorgo (78 presenze) ho vinto anche un torneo (2014-15). Poi mi sono fatto male. Crociato. La prospettiva è cambiata: ho capito che non sarei mai arrivato in serie A. Così a 24 anni ho detto basta e ho deciso di inseguire il sogno del calcio ad alti livelli non più in campo, ma seduto su una panchina. E dopo aver conseguito la qualifica di allenatore di base Uefa B sono stato chiamato dalla scuola calcio della Fiorentina».

Il mediatore di Pagliuca

Guido Pagliuca è stato il suo mentore: «Mi ha scelto lui dopo una segnalazione di un amico comune. A Cecina, nel suo laboratorio in soffitta con davanti quell’enorme lavagna tattica, abbiamo trascorso due-tre ore assieme a parlare di tecnica di base e confrontare le nostre idee di calcio. Ci fu subito empatia: telefonò a Salvini, dg del Siena, per comunicargli che aveva trovato il suo vice. Sul piano tecnico e su quello umano, Pagliuca è di un’altra categoria e merita la serie B per tutto quello che ha dimostrato in carriera». La scelta di fare l’allenatore non è mai venuta meno nonostante i cinque stipendi non riscossi a Siena e il crac del club: «Per una settimana mi staccarono anche la luce tanto che dovevo ricaricare il cellulare al campo. Ma non ho mai dubitato della scelta fatta. Mi hanno chiamato varie volte per le supplenze a scuola, ma ho sempre rifiutato».

Un calcio felice

Quella di Lelli è una squadra felice: «I ragazzi credono in quello che fanno e con gioia e divertimento sostengono la fatica del lavoro. Per molti è la prima stagione in D: la affrontano con impegno, allenandosi tutti i giorni due ore e più, con la voglia di migliorarsi».

La fiducia di Remaschi

«Con Sasha siamo amici. Dal primo giorno di lavoro mi ha messo a disposizione i giocatori di cui avevo bisogno per sviluppare il gioco propositivo che avevo in testa. Volevamo calciatori funzionali al modulo, ma anche ragazzi di prospettiva con la testa sulla spalle. Abbiamo messo le basi di un modello basato sul gioco propositivo. Cercando di non snaturarci, di crescere individualmente portando avanti le nostre idee, che si giochi in casa o in trasferta e a prescindere dall’avversario. Giochiamo nella stessa maniera, senza difendere il risultato, non siamo mai conservativi».

Non lo faccio più

Il calcio per Lelli è una questione culturale. E la scelta di costruzione dal basso, finalizzata ad arrivare al tiro vincendo le partite, cozza con il gioco all’italiana. «In entrambi i casi prendi gol. Ma la percezione dello spettatore è diversa. Quando ti abbassi e giochi di rimessa gli avversari possono segnare a difesa schierata attraverso i cross provenienti dalle due fasce. La mia filosofia prevede invece l’inizio della manovra dal portiere e può accadere che errori individuali nell’impostazione consentano agli altri di andare a rete. Purtroppo la percezione dei tifosi da un peso maggiormente negativo ai gol subiti in fase di costruzione». Di una cosa sola si pente: «L’espulsione a Montevarchi. Mi sono fatto cacciare per interrompere un momento negativo della gara. Ma ho sbagliato. Come allenatore ed educatore non devo mai trascendere. Ho dato un pessimo esempio ai miei calciatori e agli sportivi. Non lo rifarei».


 

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