Sicurezza
Il ds Deoma tra passato e futuro: «Servono una punta e un terzino»
Il dirigente della Lucchese ripercorre il suo lavoro alla Pantera dal 2019 ad oggi. «Dopo la retrocessione stavo per mollare. Ai ragazzi chiedo 8 vittorie nel ritorno»
LUCCA. Un terzino sinistro e una punta esterna con la conferma – a meno di una maxi offerta da oltre 200mila da parte di club di B o società top di C – dei pezzi pregiati contrattualizzati o pronti al rinnovo come Benassai, Tumbarello, Visconti, Alagna, Quirini.
Daniele Deoma, dall’agosto 2019 direttore sportivo della Lucchese, non è un dirigente dall’eloquio forbito, che veste in doppio petto e grisaglia, che strizza l’occhio al cronista che può tornargli utile al momento o che vuol essere per forza simpatico a costo di risultare ipocrita. La sua anima operaia di terzino di lotta e di governo è rimasta inalterata: barba incolta, maglione o tuta, concetti semplici e chiari. Perché il suo unico scopo è il bene della “sua” Lucchese che mette al primo posto in ogni azione quotidiana a testimonianza di un encomiabile attaccamento. Nel corso di questi tre anni e mezzo riconosce di aver commesso errori (si alzi in piedi chi non ha mai sbagliato in vita sua), ma ha lavorato per migliorare e migliorarsi. Da artigiano del calcio ha creato una rete di contatti con direttori sportivi, procuratori e osservatori e sfrutta tutte le ore del giorno (e della notte) a disposizione per vedere filmati di partite e calciatori. E i risultati si sono visti perché in questo percorso la compagine rossonera è sempre cresciuta e ha creato anche i presupposti per due importanti plusvalenze (150mila euro per Shaka Mawuli al Sud Tirol e una cifra altrettanto importante per Bellich al Vicenza).
Generoso, caparbio, cocciuto sa di avere poche risorse e le sfrutta al massimo. Tra queste c’è la capacità di saper parlare allo spogliatoio, di aver un colloquio franco e senza peli sulla lingua con i calciatori e con lo staff mutuando le sue qualità di quando, da giocatore, era capace di far gruppo e caricare i compagni di squadra. Un sogno nel cassetto il cinquantenne diesse di Licata ormai lucchese d’adozione ce l’ha ancora: assaporare la serie B sfuggitagli da calciatore (zero presenze in campionato nonostante stagioni trascorse a Licata, Acireale e Pescara) riportando tra i cadetti quella Lucchese con cui 20 anni fa sfiorò la promozione in quella epica partita contro la Triestina in un Porta Elisa stracolmo di tifosi.
Direttore, riavvolgiamo il nastro: un bilancio dei suoi tre anni e mezzo da dirigente rossonero.
«Se penso ai primi giorni di agosto del 2019 quando mettemmo piede in uno stadio abbandonato e fatiscente c’è da stropicciarci gli occhi per il percorso che è stato fatto. Dopo una sola stagione, pur partendo in grave ritardo rispetto alle altre, la Lucchese è tornata con merito nei professionisti ricreando un clima positivo e riavvicinando i tifosi».
La retrocessione sul campo del 2020 ha lasciato il segno per diversi mesi….
«Sa qual è stato il mio errore? La riconoscenza nei confronti di chi si era reso protagonista del ritorno in C. Non avevo capito che tra la A dei dilettanti e la Lega Pro ci sono profonde differenze e non bastano impegno e attaccamento alla maglia. Sono stati mesi difficili e complicati. Sono stato sul punto di mollare tutto, ma poi sotto la spinta del ripescaggio e dei miei compagni di avventura ho proseguito convinto che solo sbagliando puoi prendere consapevolezza, rialzarti e ripartire. Certo, se ripenso a quella stagione dico che la Dea bendata si è dimenticata della Lucchese. La doppia e immeritata sconfitta con la Giana Erminio è stata la cartina di tornasole di quell’annata balorda».
Da Pagliuca a Maraia: il diavolo e l’acqua santa.
«Dal punto di vista tecnico il progetto Pagliuca ci ha condotto ai playoff e ha chiuso la ferita apertasi con la drammatica stagione precedente. Il rapporto con il mister cecinese? Sul piano squisitamente tecnico, e lo sapevo perché avevo visto i suoi allenamenti, è stato un valore aggiunto. La squadra, che abbiamo ricostruito ex novo, con giocatori o reduci da infortuni o che l’anno prima non erano andati beni oppure prelevati da club falliti pian piano si è fatta apprezzare per la qualità del gioco espresso. Sul piano del carattere Pagliuca lo conoscete tutti, ma eravamo riusciti a gestirlo e pronti a ripartire con lui confermando parte dell’organico per puntare a un piazzamento di prestigio. Poi sapete tutti quello che è accaduto in estate. La vicenda degli australiani simil Ikea (gli Scali) ha stravolto gli equilibri. Abbiamo perso il tecnico e con lui buona parte dei calciatori e alla fine la trattativa è naufragata e siamo rimasti con un pugno di mosche in mano e con un mercato da rifare daccapo dopo aver perso giocatori del calibro di Tonin, Frigerio, Bellodi, Capoferri, Brogni e tanti altri. Su questa vicenda dico solo una cosa e poi mi taccio: la trattativa è stata portata avanti senza una logica mentre un passaggio di proprietà necessita di fior fior di professionisti. Mi spiego meglio: io faccio il diesse e non sono trattare neanche per la vendita di un garage di casa figuriamoci se posso prendermi la briga, come ha fatto un socio, di vendere la Lucchese. È chiaro che, dopo l’addio alla famiglia Scali, ci siamo dovuti rimboccare le maniche e con grave ritardo tuffarci nel mercato e nella scelta del nuovo allenatore dopo che Pagliuca era andato al Siena. Maraia? È stata subito una prima scelta. Lui e Fontana (ex Imolese oggi alla Turris) erano in ballottaggio. Ma quando ho incontrato l’ex allenatore di Pontedera in un bar di Altopascio ho capito subito che era l’uomo giusto per la Lucchese: serio, pacato, aziendalista. Parlano per lui i risultati ottenuti con i granata con i tanti giovani lanciati e la conquista dei playoff. Mi ha chiesto solo un giocatore che conosceva bene e che a me piaceva da matti: Benassai. E del ragazzo, come di tutti gli altri in organico, siamo molto soddisfatti. La nostra è una gestione familiare. Abbiamo trovato calciatori molto seri, forse anche troppo. E le dirò di più: Maraia, partito con il 3-5-2, è stato intelligente a passare al 4-3-3 che rispondeva meglio alle esigenze tattiche della squadra. Segno che è una persona duttile e intelligente che sa modificare le sue scelte e non è prevenuta. A chi storce la bocca sul gioco espresso voglio snocciolare i dati: abbiamo 29 punti, quattro in più della scorsa stagione al termine del girone d’andata con sei-sette gol in più e tre-quattro in meno».
Come è arrivato a due top player come Tiritiello e Di Quinzio?
«Il difensore, che risulta tra i migliori di tutti i gironi di C, l’ho corteggiato come si fa con una bella donna. Lui voleva avvicinarsi a casa e per una decina di giorni l’ho martellato al telefono facendogli capire il progetto Lucchese. Lui, rinunciando a un lauto ingaggio che aveva a Cosenza, ha sposato la causa diventando un leader dentro e soprattutto fuori dal campo. Di Quinzio, che ha rinnovato con il Pisa anche per la prossima stagione, è stata un’opportunità dell’ultim’ora con uno stipendio molto importante pagato per i due terzi dal club nerazzurro. Un giocatore che, quando recupererà, potrà darci una grande mano e non solo come fantasista, ma anche come metronomo davanti alla difesa».
Il mercato: cosa serve e cosa manca alla Lucchese
«Non vogliamo stravolgere una rosa che riteniamo all’altezza dei playoff. Purtroppo ci manca un terzino sinistro di ruolo e siamo costretti spesso a impiegare Alagna, un 2002, di cui siamo entusiasti, ma che in quella posizione non può rendere al meglio visto che è un destro. Cerchiamo poi una punta esterna che ci dia una mano in fase realizzativa. Bianchimano? Resta con noi al 100%. Da Lucca si muoverà solo chi vorrà andar via perché non trova spazio (Ferro? Catania? Merletti?) oppure se avrò richieste da club di categoria le comunicherò ai calciatori interessati per capire i loro desiderata. I nostri pezzi pregiati contrattualizzati o che verranno contrattualizzati a breve (Tumbarello, Visconti, Alagna, Benassai, Quirini) non si muoveranno da Lucca se non per un’offerta superiore ai 200mila euro. Le elemosine non ci interessano, abbiamo le capacità finanziarie per andare avanti con le nostre gambe. Comunque resteremo vigili su tutto e se ci saranno possibilità di inserire elementi senza fare follie non ci tireremo indietro. Sento parlare di trattative, di cessione del club, di rivoluzioni in atto. Niente di tutto ciò. Questo gruppo va avanti: solo se ci saranno imprenditori di livello e disposti con i fatti e non a parole a ingressi con capitali reali saremo i primi a comunicarlo alla città. Al momento chiedo ai nostri tifosi – encomiabili con la loro presenza anche in trasferte come Siena e Olbia – di stare vicini alla squadra che in ogni partita esce dal campo con una grande prestazione sul piano dell’impegno. Vero, forse ci mancano 3-4 punti ma contiamo di recuperare nel ritorno: saranno 18 battaglie e ai ragazzi chiedo 8 vittorie a partire dall’Imolese».
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