Il Tirreno

Lucca

Cacicia, dalla manifattura alla A con la forza dell’umiltà e del lavoro

di Luca Tronchetti
Cacicia, dalla manifattura alla A con la forza dell’umiltà e del lavoro

Arriva da Lucca il braccio destro dell’allenatore che ha firmato un’impresa sportiva. «Gli ex colleghi sono i miei primi tifosi: quando li vedo sono l’uomo più felice del mondo»

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LUCCA. Umiltà, lavoro, coinvolgimento. I principi cardini di un gruppo di valore e di valori di cui fa orgogliosamente parte e che lo ha portato nel giro di nove anni nei più importanti stadi italiani partecipe di clamorose imprese. La vita è fatta di passioni. E quando una passione diventa il tuo lavoro allora puoi ritenerti un uomo fortunato. E oggi Manuele Cacicia, 44 anni il prossimo 2 agosto, nato con le stigmate di allenatore tanto che già a 23 anni si era seduto in panchina, è la spalla di uno degli allenatori più apprezzati di serie A: Nicola. Un mister con dote non comune: riuscire nelle imprese, ritenute impossibili, di salvare formazioni date per spacciate con rimonte epocali. É il caso del Crotone, del Genoa, del Torino e della Salernitana. «Dall’incontro con Nicola, che risale alla stagione 2012-13 a Livorno, la mia vita è radicalmente cambiata. Ma io sono rimasto quello di un tempo quando mi alzavo tutti i giorni alle 6 del mattino per andare al lavoro alla Manifattura e alle 12 correvo nel piazzale a prendere l’autobus che mi portava a Empoli dove allenavo i più piccoli per poi rientrare a casa alle 20 e studiare il programma di lavoro sino alle 2 di notte. Ma non mi pesava e lo facevo con il sorriso perché la passione per il calcio – che mi è stata trasmessa da papà Giuseppe da mia zia Eufrasia che mi ha inculcato la capacità di volermi sempre migliorare – non mi ha mai abbandonato». Proprio gli ex colleghi della Manifattura sono i suoi primi tifosi. «Quando mi scrivono o mi vengono a trovare sono l’uomo più felice del mondo».

I segreti delle imprese Nicola, Cacicia, il preparatore atletico Gabriele Stoppino, il match analyst Federico Barni e il collaboratore tecnico Simone Barone, ex campione del Mondo con gli azzurri nel 2006. Cinque uomini e una perfetta sintonia: «Si è creata una famiglia che vive all’interno dello spogliatoio 24 ore su 24. Pranziamo e ceniamo insieme, ci confrontiamo su tutto». Come si fa a entrare nella testa dei calciatori per ribaltare situazioni che all’esterno appaiono seriamente compromesse? «Il mister è molto bravo a concentrare nel breve periodo concetti e situazioni tecnico-tattiche che, normalmente, si sviluppano nel lungo termine. É come se un insegnante dovesse iniziare il suo percorso con alcuni mesi di ritardo e fosse costretto a concentrare le nozioni fondamentali in un tempo ridotto e a attuare quella parte del programma che ritiene indispensabile attraverso un lavoro specifico ed esercitazioni mirate. Per noi è fondamentale un concetto: il coinvolgimento totale nel progetto dove tutti sono titolari. Pensiamo sempre partita dopo partita».

La settimana ideale Il primo giorno utile dopo la partita la squadra di Nicola lo dedica al recupero aerobico: «Un’ora e mezzo di lavoro sul possesso palla e sul recupero fisico. Il secondo giorno lavoro in palestra in base alle caratteristiche dell’avversario da affrontare. Mentre il terzo giorno ci si prepara sul piano tattico, il quarto facciamo vedere i video delle ultime 4-5 prove delle squadre avversarie per capire meglio le caratteristiche dei singoli e del gioco d’assieme. La vigilia è dedicata alla rifinitura: lavoro fisico, di rapidità e tecnico-tattico funzionale alla gara».

Cacicia e i giovani Due mondiali senza l’Italia e poco coraggio di lanciare i giovani. Cacicia, ai tempi del vivaio dell’Empoli, ha allenato gente come Rugani, Samuele Ricci, Cassata, Aslani, Ceccaroni, Baldanzi: «Ragazzi che giocano in A. – dice il tecnico lucchese – I talenti ci sono, ma forse manca il coraggio di farli giocare con continuità e fiducia. Ricordo che Nicola con il Genoa in lotta per la salvezza non ebbe paura di far giocare titolare Rovella mentre a Torino consegnò una maglia nell’undici base al giovanissimo Bongiorno. Bisogna dare delle chances a ragazzi di 17-18-19 anni come fanno all’estero».


 

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