Il dolore
Mussi: «L’Omone mi faceva tornare a piedi»
Le litigate con Orrico dell’allora centravanti apuano che indossò le maglie dei rossoneri e dei granata dividendo i tifosi
Luca Tronchetti
LUCCA: Da sei giorni ha compiuto 44 anni e ricorda con nostalgia quelle stagioni – due a Lucca e altrettante a Reggio Emilia – vissute in piazze importante con tifoserie simili perché molto attaccate ai loro colori. Oggi Andrea Mussi, originario di Carrara, centravanti di grandi speranze e ottima tecnica, ma poco incline alla fatica quotidiana, è responsabile scouting del Siena. Partito negli anni Novanta dalla Don Bosco per poi approdare alla Carrarese e da lì agli Allievi della Fiorentina venne ingaggiato dalla Lucchese nell’ultima stagione di B, quella 1998-99.
Chi la portò a Lucca?
«Il dg Pino Vitale. Mi aveva visto nella Primavera della Fiorentina e poi nel Ravenna. Due anni di prestito dal club viola. Sarei dovuto essere il sostituto ideale del grande Paci».
E invece...
«Ero un tipo naif. Intendiamoci: non bevevo, non fumavo, non scappavo dai ritiri per correre dietro alle sottane. Ma in allenamento e anche in partita non mi piaceva andarmi a prendere il pallone. Ero una punta da “capanno”. Aspettavo che me la passassero nel punto giusto per calciare a rete. In area sgomitavo con il difensore, ma non ne volevo sapere di rientrare per dare una mano nella fase di non possesso . E i compagni si arrabbiavano».
Immaginiamo cosa le dicesse uno stakanovista come Bruno Russo.
«Ci misero in camera insieme. Lui russava e io non dormivo. Una coppia perfetta. Eravamo agli antipodi: lui una macchina da guerra, sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene mentre io dotato di estro e forza fisica durante la settimana cercavo di risparmiarmi. Il primo anno le circostanze mi furono avverse: una distorsione al crociato durante la preparazione e dopo un paio di partite la rottura del legamento che mi costrinse a restare fermo sino a primavera. Quando la retrocessione in C era ormai cosa fatta».
L’anno dopo incrocia l’Omone di Volpara..
«L’apoteosi delle discussioni animate. Più di una volta mi ha fatto tornare a piedi dall’Acquedotto allo stadio con il massaggiatore Alvaro Vannucchi che mi seguiva in macchina offrendomi un passaggio. Eppure Orrico mi riconosceva doti da leader: “Ha potenzialità che nemmeno lui sa di avere e se non lo sa lui figuriamoci gli avversari”. Quante affettuose bastonate con il suo ombrellaccio verde durante le sedute. Se un tecnico oggi si azzarda a fare qualcosa di simile arrivano i procuratori e in una settimana il presidente è costretto a cacciarlo per mobbing. Invece dico che a distanza di anni ce ne vorrebbero tanti come Orrico capaci di insegnare calcio. Un altro aneddoto? Sino al venerdì il titolare della maglia ero io, poi il sabato mattina arrivava nello spogliatoio e dava la numero 9 a Paci. “Lui ha le medaglie sul petto come un generale” si giustificava il mister».
Il passaggio alla Reggiana.
«Rossoneri e granata erano retrocessi in C e a Reggio trovai Maifredi che esaltava le mie qualità di punta d’area tanto che segnai 11 reti facendo gol anche nella sfida al Porta Elisa. Il pubblico mi beccò perché Orrico in un intervista sostenne di aver consentito al mio trasferimento perché ero un vagabondo. Ma so che sottobanco chiese ai dirigenti granata di farmi tornare a Lucca. Oggi non mi sbilancio: dico solo che Reggiana e Lucchese non c’entrano nulla con la serie C».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google