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IL DOPPIO EX: MASSIMILIANO FAVO 

«Lucca e Ancona unite nelle disgrazie societarie ma adesso hanno la forza per risalire la china»

Luca Tronchetti
«Lucca e Ancona unite nelle disgrazie societarie ma adesso hanno la forza per risalire la china»

L’ex cervello del centrocampo, oggi allenatore della nazionale under 15, ricorda le stagioni trascorse con rossoneri e dorici Oggi vive nelle Marche, suo figlio gioca in serie D e un mese fa è diventato nonno. «Altra musica con Maestrelli e Longarini»

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Luca Tronchetti

A dieci anni di distanza 55 presenze con la maglia della Lucchese sufficienti per capire la città e la tifoseria, quattro stagioni da calciatore e capitano dell’Ancona (93 partite e 4 reti) e due da allenatore nel capoluogo delle Marche dove ha scelto di mettere radici e dove vive con la moglie insegnante e i figli, uno di 25 calciatore del S. Agata Militello (serie D), entrambi laureati. Massiliamo Favo, 55 anni, da un mese nonno della piccola Lodovica, allenatore della nazionale under 15 e tecnico in seconda della under 17 diretta da Bernardo Corradi è un doppio ex particolarmente attento alle questione calcistiche, ma forte di un’ottima preparazione culturale conosce bene la mentalità dei lucchesi e quella dei dorici.

Mister, ricorda come avvenne il passaggio alla Lucchese nella stagione 1987-88?

« Il mio cartellino era del Napoli: avevo giocato in A ai tempi di Maradona. Mi volle il ds Pino Vitale, dopo una stagione trascorsa in C con la Salernitana. Fece leva sul ds campano Luciano Moggi e io fui ben felice di provare un’esperienza lontano da casa. Nonostante fossi militare giocai quasi tutte le partite titolare. In quell’annata gettammo le basi per la squadra di Orrico che in due anni raggiunse la B. Sarei dovuto restare, ma il Napoli mi riscattò e mi mandò a Palermo. I tifosi con qualche capello bianco ricorderanno che nella magica notte della Coppa Italia di C a Palermo nelle file dei rosanero c’ero anch’io. Nella lotteria dei rigori io calciai e realizzai il mio penalty mentre Cancelli, che non aveva mai sbagliato, se lo fece parare da Pinna e la Lucchese vinse il trofeo. Quella era davvero una grande squadra».

Dieci anni dopo rieccolo in rossonero.

«Avevo 29 anni. Ero diventato un uomo e mi portai dietro la famiglia. A volermi fu ancora una volta Vitale perchè in ritiro si era infortunato Roberto Fogli. L’anno prima avevo giocato con il Catania e avevo disputato i playoff. Sono sempre stato un suo pallino e ci mettemmo d’accordo in pochi minuti. Lucca per me era stata un’incompiuta e tornai o volentieri. In panchina c’era De Canio, allenatore alle prime armi. Un campionato iniziato bene e chiuso con un po’ di affanno, ma con la squadra che si confermò in serie B».

Tra i compagni c’era Bruno Russo..

«Un calabrese che ha messo radici a Lucca ed è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nel cuore dei tifosi. Aveva iniziato come allenatore e pensavo proseguisse in quella direzione. In panchina ci sfidammo in C2 una quindicina d’anni fa. Lui tecnico del Castelnuovo e io del Giulianova. Mi diede una scoppola... Ho visto che nel tempo ha cambiato ruolo: direttore sportivo e adesso presidente. É un ragazzo intuitivo e da calciatore tatticamente era molto quadrato. Un aneddoto? Nel 1998 a Castel di Sangro lo lanciai sull’esterno e lui mise in mezzo una palla che Paci infilò in rete. Ricordo il modo molto affettuoso con cui venne ad abbracciarmi per ringraziarmi. Il mister non lo vedeva bene e lui aveva perduto il posto in squadra. Quell’assist fu un toccasana. Sono contento che sia ancora nella Lucchese. È un uomo-spogliatoio che riesce a dare sempre il massimo».

La differenza tra i tifosi rossoneri e quelli biancorossi.

«Lucca è una città gioiello. Ricordo con piacere le passeggiate in bici sulle Mura, via Fillungo e le mille chiese. Secondo me Lucca è una città poco toscana. La gente è molto riservata: pochi amici, ma autentici. I tifosi amano la loro squadra, ma accorrono in massa allo stadio quando le cose vanno per il verso giusto. Se mi posso permettere aggiungo che l’errore più grande è stato quello, ai tempi di Maestrelli, di non investire nelle strutture. Non è possibile che 30 anni dopo la squadra si alleni ancora all’Acquedotto. Ancona invece è una città di mare e la gente è più focosa. Si accende anche quando le cose non vanno bene. Ricordo la promozione in B battendo nello spareggio playoff di Perugia la rivale di sempre Ascoli. Ero capitano e alle 4 di notte il viale alberato della Vittoria, simbolo della città, era illuminato con la gente nelle strade. Dopo quattro anni di dilettanti, il ritorno nei professionisti e l’acquisizione del vecchio stemma (il cavaliere dorico) ha riacceso entusiasmi sopiti. Domenica la curva è stata riaperta e si è riempita. I tifosi possono dare una spinta in più alla squadra priva di diversi titolari. Alla fine, come tutte le gare equilibrate, saranno gli episodi a fare la differenza. Lucca e Ancona si assomigliano: hanno passato momenti di grande crisi dopo l’addio di Maestrelli da una parte e Longarini dall’altra. Due piazze che meriterebbero la B».

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di Redazione web