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Giglio e il cuore diviso: «Vince chi ha la panchina lunga»

L.T.
Giglio e il cuore diviso: «Vince chi ha la panchina lunga»

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LUCCA. Un attaccante vecchio stampo che in area di rigore si faceva valere usando il fisico e la necessaria cattiveria agonisticai. Giuseppe Giglio, 43 anni, ha ballato una sola stagione a Lucca mettendo insieme 26 presenze e realizzando 8 reti mentre con i bianchi dell’Olbia, in periodi diversi e in tre stagioni e mezzo tra C2 e D, ha totalizzato 98 presenze segnando 35 reti. Due formazioni, quella rossonera e quelle sarda, che gli sono rimaste nel cuore. Dal 2019, a 41 anni, Giglio ha attaccato le scarpette al chiodo e ha iniziato un altro mestiere: il direttore sportivo: «Ho seguito i consigli di quello che reputo il mio maestro, Cristiano Giuntoli del Napoli, e mi sono iscritto al corso di direttore sportivo superando gli esami. Due anni fa sono partito dalla D con il Chieti e l’anno scorso mi hanno chiamato nel settore giovanile del Foggia. Dovevo restare, ma poi è cambiata la proprietà».

Giglio riavvolge il nastro e ricorda l’esperienza di 14 anni fa alla Lucchese: «Mi volle Piero Braglia. Con lui avevo vinto il campionato a Catanzaro. Se a 66 anni è ancora in pista e allena una formazione come l’Avellino che punta alla B un motivo ci sarà. Ricordo ancora con nostalgia il Porta Elisa e il calore dei tifosi che ci sostenevano anche nei momenti di difficoltà. Da gennaio a maggio dal presidente Fouzi Hadj non ricevemmo più un euro. Ogni volta inventava una scusa per ritardare i pagamenti. Fummo bravi a restare uniti, ma quando al ritorno dalla partita di Sorrento uscì la notizia che la società non aveva pagato gli F24 ci avrebbero penalizzato capimmo che non c’era più nulla da fare. Di quell’avventura sono rimasti gli amici: Dei, Gazzoli e Bertolini, che oggi fa il secondo in serie A a Venezia. Ci sentiamo spesso anche via social. Il primo gol nella Lucchese? All’inizio giocavo poco e al Viviani di Potenza il mister mi mise in campo e segnai la rete della vittoria. Lucca poi mi ricorda una delle cose più belle della vita: la nascita della mia seconda figlia Lodovica. Chi conosco della Lucchese di oggi? Sono passati tanti anni, ma l’unico che mi viene in mente è il ds Daniele Deoma. Da avversario era un difensore che non ti mollava».

Olbia è una sorta di seconda casa: «Sono andato in Sardegna in tre periodi differenti quando gli isolani militavano in C2 e nell’ultimo anno in D. Il mio ritorno in Gallura coincise con il fallimento della Lucchese. Due buone stagioni condite da 17 reti. All’epoca la squadra vivacchiava a centroclassifica e non aveva le potenzialità di questi ultimi anni». La differenza tra le due tifoserie è evidente: «A Olbia gli sportivi sono meno esigenti. Ti incitano con trasporto e difficilmente ti contestano. A Lucca invece, almeno quando c’ero io, c’era grande entusiasmo e la serie B era l’obiettivo di una tifoseria che aveva vissuto anni straordinari. Chi vince oggi? L’Olbia mi pare in buone condizioni. Una squadra con tanti calciatori che giocano assieme da due anni. La Lucchese è reduce da due ko, ma non meritava di perdere. Credo che la freschezza atletica e la panchina lunga faranno pendere la bilancia da una parte o dall’altra».

L.T.



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