Gioco
Manzo tutto calcio e cucina dopo vent’anni di gavetta la grande chance in Lega Pro
«Con umiltà, sacrificio e qualità si possono raggiungere traguardi importanti nelle attività umane. Rossoneri penalizzati come noi dal Covid: guai a sottovalutarli»
/ LUCCA
Piangersi addosso non serve. Perché se si hanno le giuste qualità, attraverso il sacrificio e la necessaria umiltà, si possono realizzare nella vita sogni e aspettative. Vincenzo Manzo, 44 anni, salernitano cresciuto nella stessa scuola calcio di Giuseppe «Nanu» Galderisi (Vietri Raito), padre vigile del fuoco e madre professoressa d’inglese, ha impiegato più di 20 anni per arrivare ad allenare nei professionisti dopo un percorso dove nessuno gli ha regalato nulla e anche il destino è parso mettersi di traverso. Lui però non ha mollato un centimetro e oggi guida una squadra che, data per spacciata alla vigilia del torneo, con 14 punti precede 4 squadre.
Del Piero e l’infortunio. A 13 anni sbarca alla Juventus. Sei stagioni: prima come trequartista e poi come playmaker davanti alla difesa giocando accanto a Del Piero e venendo convocato in ritiro con la Vecchia Signora sia da Trapattoni che da Lippi. Spola tra Primavera e prima squadra con convocazioni nelle nazionali giovanili. A 18 anni in una tournée in Giappone si frattura il crociato anteriore della gamba sinistra. Si riprende e la Juve lo manda in prestito: prima alla Nocerina in C1 e poi alla Battipagliese in C2: «Vinciamo il campionato, ma alla penultima m’infortunio di nuovo allo stesso ginocchio: crociato posteriore. Riprendo e finisco in D al Potenza dove mi rompo la rotula in quattro parti. Altro calvario e provo ancora in C2 a Castelfranco Veneto con il Giorgione». Una manciata di gare, il ginocchio che si gonfia e il dolore che non lo fa dormire: «Zoppico anche quando cammino e all’ultimo consulto medico i sanitari della Juventus non mi rilasciano l’idoneità. Finisco con il calcio giocato a 22 anni e mezzo».
La vita nuova. Chiusa una porta si apre un portone. «Devo ringraziare Beppe Furino. Era il ds del settore giovanile bianconero. Mi prospettò un lavoro come assicuratore nella sua agenzia Sai e contestualmente un contrattino come allenatore dei pulcini della Bacigalupo Torino, club satellite della Juventus». Inizia da lì la sua nuova vita di allenatore: Rivoli Collegno, Treviso, Novara, Como. Quattordici anni tra Giovanissimi, Esordienti e Allievi. «Nove anni fa l’attuale ds del Piacenza, Di Battista, mi porta in D nel Borgosesia. Tre stagioni nei playoff. Poi faccio 4 anni al Chieri in D e vinciamo la Coppa Italia di categoria. L’anno scorso con il Legnano, sempre in D, arriviamo secondi dietro la Pro Sesto. Di Battista si è ricordato di me e nella sua prima avventura tra i pro mi ha voluto accanto. Sono al debutto, ma sono certo che la squadra, costruita con giovani e tante scommesse provenienti dalla D, possa dare qualcosa in più con la continuità del lavoro.
La Lucchese. Guai a sottovalutare l’ultima della classe: «Siamo due formazioni simili, entrambe piene di scommesse e penalizzate dal Covid. Ho visto i rossoneri con Pontedera, Pistoiese e Alessandria. Sono in crescita. Perdiamo di sicuro se pensiamo di venire a Lucca e vincere facile. Serve una prestazione di carattere e sacrificio come quelle offerte con Renate, Lecco e Alessandria se vogliamo proseguire la tradizione positiva al Porta Elisa dove non perdiamo da 25 anni».
La cucina. Per Manzo l’unico svago, oltre ai tre nipoti, è la cucina: «Mi rilassa. Come cucinerò la Lucchese? La ricetta non ce l’ho, ma come nei piatti più riusciti alla base di tutto ci sarà sempre la qualità del prodotto che in questo caso è il gioco». —
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