Italia
Panatta racconta l’evoluzione del tennis: «Una lotta tra Neanderthal e Sapiens»
Il campione protagonista all’anteprima del Premio Bancarella Sport con la presentazione dei sei libri finalisti a Villa Cheli
Luca Tronchetti / LUCCA
Panatta come Gassman. Mattatore dell’anteprima del Bancarella Sport svoltasi lunedì sera a Villa Cheli durante la presentazione dei sei libri finalisti di uno dei pochi premi capaci di avvicinare le persone alla letteratura sportiva. Un premio che parte da lontano e che ha visto vincere personaggi come Messner, Regazzoni, Brera, Ciotti, Ormezzano, Bartali, Platini, Zanardi, Gianfelice Facchetti e Trapattoni.
Un premio che, grazie al Panathlon del presidente Guido Pasquini e alla Fondazione Banca del Monte, nell’ultimo decennio si è legato alla città con il giornalista Sirio Del Grande a condurre con il consueto garbo una serata ricca di spunti di riflessione.
L’IMPERATORE ADRIANO
Trascinatore della serata - la manifestazione culminerà sabato 18 luglio a Pontremoli con la proclamazione del vincitore - è stato l’imperatore del tennis italiano: Adriano Panatta. Graffiante, ironico, divertente, il principe della racchetta, che il 9 luglio compie 70 anni, presentando il suo libro scritto con l’amico Daniele Azzolini ha raccontato una serie di aneddoti capaci di sciogliere la platea in risate divertite e applausi fragorosi. Alla sua quarta fatica letteraria su tennis e dintorni, l’unico giocatore italiano ad aver vinto in terra di Francia il prestigioso Roland Garros (1976) ha preso a modello il professor «Bellavista» del romanzo di Luciano De Crescenzo. L’autore partenopeo suddivideva gli esseri umani tra coloro che tendono all’amore e coloro che tendono alla libertà. Il grande campione romano invece separa i tennisti in due categorie: Neanderthal e Sapiens. «I primi - dice - usano la racchetta come una clava sparando bordate da fondo campo e dotati di un servizio devastante. I capostipiti di questa categoria sono sicuramente il mio amico Bjorn Borg e Ivan Lendl. I secondi invece sono i “fighetti”, gli amanti del bel gioco, quelli che spesso e volentieri vanno sotto rete a caccia della volé. E tra i primi fautori di questo modo di giocare metto, oltre al sottoscritto, anche Nastase e Gerulaitis. Anche Fognini è da annoverare in questi poeti della racchetta. Lui sa giocare, altri colpiscono la pallina. Purtroppo è il carattere a fregarlo: litiga con il padre durante la partita, offende gli avversari e arriva a benedire chi metterebbe una bomba sullo spelacchiato campo 14 del torneo di Wimbledon. Dispiace perché sarebbe all’altezza di Matteo Berrettini e Jannick Sinner» . Spassosi gli aneddoti sull’amico Ion Tiriac, lo zingaro della racchetta: «Tra di noi c’erano 11 anni di differenza, ma ai miei tempi l’amicizia, quando c’era, era davvero fraterna. L’avevo ribattezzato “Sua liquidità” perché nella sua vita non si è mai fatto mancare nulla: da giocatore di hockey a tennis, da imprenditore ad organizzatore di eventi. Nella seconda metà degli anni Settanta io ero al top e lui a fine carriera. E in quel momento non se la passava troppo bene. Avevo un contratto importante con la Fila, importante azienda italiana di abbigliamento sportivo, che era in scadenza. Per rinnovarlo ho preteso che ne facessero uno anche a lui. Ma i soldi non me li ha ancora restituiti... Quando smise di giocare si offrì come coach: mi ha allenato due mesi. Ma io ero pigro. Un giorno m’impone di fare certi esercizi. Io lo guardo e gli chiedo spiegazioni. “Perché te lo dico io” replica Tiriac. Mi misi a ridere e lui prese e se ne andò. Non lo rividi più. Da quel momento ho capito che l’amicizia va separata dal lavoro».
IL POETA DELLO SPORT
L’insegnante Andrea Maietti, il poeta dello sport già noto per numerose pubblicazioni (ce n’è una, bellissima, su Giacinto Facchetti dal titolo “Ribot e il Menalatte”), in occasione dei 100 anni di Gianni Brera ha omaggiato il mostro sacro del giornalismo tout court con un volumetto pieno di aneddoti e ricordi personali del suo antico maestro che lo aveva ribattezzato «Lodesan linfatico» per quel suo problema, perdonato a fatica, di non saper reggere il vino rosso. Struggente il primo incontro con quella divinità del giornalismo fautore di un linguaggio alto nello sport da sempre considerato argomento di serie B. E scatta l’immancabile aneddoto legato ai mondiali in Argentina del 1978. «Brera, modello San Bernando, portava sempre al collo una fiaschetta di whisky. Mentre stava accedendo alla tribuna viene fermato da un addetto alla security che gli impedisce l’accesso». Il motivo è la fiaschetta di whisky. «Brera precisa: “Ma non va bene la fiaschetta o non va bene il whisky”. Il bodyguard taglia corto “È lo stesso”. Il giornalista si attacca alla fiaschetta e la svuota per poi ribadire: “Ora vedi la differenza?”».
ALBERTOSI IN VACANZA
Il grande Ricky è in vacanza, ma il Collettivo Soriano (prende il nome dal grande giornalista e scrittore argentino) è rappresentato da Castellani che propone un incontro chiarificatore tra Albertosi e Zoff, apparentemente così diversi (spettacolare e istrionico il primo, freddo e dotato di senso della posizione il secondo), ma in realtà più vicini di quanto si creda: «Albertosi fuori dagli schemi? Ma se l’abbiamo visto cambiare i pannolini al nipotino. Enrico è una persona coerente nelle affermazioni e nei comportamenti».
DONNE E COSTUME
Le donne sono al centro del racconto della nazionale femminile di calcio che, guidata da Milena Bertolini, ai Mondiali del 2019 ha fatto emozionare un Paese. E ad una campionessa del nuoto di fondo, considerato sport mediaticamente non pervenuto, s’ispira il libro di Farinotti che combatte l’emarginazione di un’atleta che dichiara la propria omosessualità. I favori del pronostico vanno all’enciclopedica opera di Piero Trellini che nelle 607 pagine de «La partita», ricordo dell’epico 3-2 tra Italia e Brasile del 1982, compie un’operazione che va al di là del calcio e riguarda la società e il costume dell’Italia di quegli anni. —
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