Il Tirreno

Lucca

«A 55 anni e dopo tante promozioni sono pronto per allenare in serie C»

Luca Tronchetti
«A 55 anni e dopo tante promozioni sono pronto per allenare in serie C»

ANTONIO ANDREUCCI, UN TECNICO LUCCHESE VINCENTE NEL NORD EST 

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LUCCA

Non è mai troppo tardi per imparare e migliorarsi. E adesso, dopo tanta gavetta e diversi campionati vinti nei dilettanti del Nord Est, è pronto per allenare nei professionisti. Nella serie C del post coronavirus. A tornare in Lega Pro non c’è soltanto la Lucchese. C’è pure un tecnico locale - trapiantato da trent’anni in Veneto, ma che non ha mai smesso di frequentare la sua Lucca - che con la sua squadra dal nome complicato (Campodarsego, 14.600 abitanti nell’Alto Padovano) si trova al comando della classifica del girone C della D e che ufficialmente venerdì 22 maggio salirà nei professionisti. Lui spera di fare il suo debutto in un campionato nazionale festeggiando le nozze d’argento con la panchina .

L’allenatore è Antonio Andreucci, che sabato prossimo compie 55 anni, e che nella sua carriera di coach ha vinto ad Asola (Seconda Categoria e Promozione), con il Real Vicenza (Eccellenza), Campodarsego (serie D) collezionando due secondi posti nella A dei dilettanti (Triestina e Como) e miracolose salvezze con Domegliara e Clodiense.

SPIRITO LIBERO

Passione sfrenata, voglia di migliorarsi, spirito di adattamento e capacità di esprimere un gioco che rispecchia la sua personalità: solida e di sostanza, proprio come le sue squadre. Quando a 31 anni ha iniziato, sulle orme del suo vate Ezio Glerean - tecnico che ha portato in Italia il calcio olandese elevato alla massima potenza e caro a Johan Cruyff attraverso il modulo spregiudicato 3-3-1-3 - era più intransigente. Il tempo e l’esperienza lo ha reso più flessibile («adesso gioco con il 4-3-3 o 4-3-2-1 purchè sia calcio offensivo»), ma ha lasciato inalterato il suo dna di uomo lontano da compromessi in un mondo, come quello del calcio, dove è facile legarsi a carri e potentati vari per arrivare a toccare categorie prestigiose. «Certi personaggi ti possono spingere in alto, ma se non hai qualità, capacità, leadership è facile bruciarsi. Io ho preferito fare i conti con la mia coscienza e ho sempre vissuto di calcio. Basta avere le idee chiare e guardare al futuro con la voglia di progredire. A Lucca nel dopo Maestrelli in troppi hanno creduto che tutto fosse dovuto e che alla Lucchese, per storia e tradizione, spettasse di diritto un posto in prima fila nel calcio. Ma nello sport come nella vita nessuno ti regala nulla se non ti rimbocchi le maniche e lavori in silenzio, come fanno i piccoli club, per costruire i giovani calciatori del futuro. In Veneto si dice “tasi e lavora” invece spesso di fa solo un gran vociare e si vola troppo alti».

LE ORIGINI

Figlio d’arte - il padre Raimondo Andreucci, veterinario, era stato nei ragazzi della Lucchese del Dopoguerra (mamma Cesarina, 85 anni, vive ancora oggi in via Romagnoli e suo figlio la va a trovare per le festività e in estate) - primi passi nel S. Alessio che in quegli anni sforna anche un certo Marco Landucci, portiere di fama nazionale, Antonio Andreucci debutta nella Lucchese a 18 anni. A buttarlo nella mischia Paolo Baldi, approdato in prima squadra dalla Berretti nella stagione 1983-84: «Lucchese-Imperia 2-1. Come me c’erano altri ragazzi (Petroni, Gargani, Garfagnini). Alla fine arrivammo quarti e per me si fecero avanti squadre importanti. Ero un mediano e il mister mi aveva ribattezzato “Peccino” perché in campo somigliavo al metronomo del Torino, giocatore a cui mi ispiravo nonostante la fede per l’Inter. Sarei dovuto restare alla Lucchese, ma il mio cartellino era dell’ex presidente Biagini. Mi ritrovai in D alla Cuoiopelli ».

SBARCO IN VENETO

Ma come ci arriva un ragazzo di vent’anni nel freddo Nord Est? «Dopo l’esperienza di Santa Croce il mio cartellino finì al Parma e il club emiliano mi girò in prestito al Bassano. Doveva essere una parentesi, ci sono rimasto a vita. Mi sono sposato con Roberta, impiegata in un azienda della zona, e nel 1999 è nata mia figlia Alessia. Salvo un anno in D a Bozzano, non mi sono più mosso dal Veneto. Quattro stagioni al Bassano con mister Glerean poi Schio e Arzignano». Poi arriva la proposta che ti cambia la vita: Asolo in provincia di Treviso, diecimila abitanti, uno dei borghi più belli d’Italia. «Ci resto 8 anni: dalla Seconda categoria all’Eccellenza. Dopo aver battuto l’Entella abbiamo perso la finale playoff per andare in D contro il Cynthia Genzano. Un periodo fondamentale per la mia formazione. Facevo tutto io, compresa la contabilità visto che ho il diploma di ragioniere preso all’Itc Carrara: dalle giovanili alla prima squadra». Un piccolo Ferguson di provincia.« Dalla cantera sono usciti Moretto che ha fatto il capitano al Chievo e Toniolo che è arrivato alla Primavera della Juventus».

CAMPODARSEGO

Dopo Asola seguono due stagioni a Belluno, una e mezzo con il Real Vicenza (il suo unico esonero), poi Domegliara, Clodiense,Valdagno e prima delle due esperienze in club importanti, appena falliti e da rifondare come Triestina e Como, l’approdo nel luglio 2014 al Campodarsego: «Rimanemmo in testa sino ad aprile per poi cedere il primato al Venezia di Favarin. Vincemmo però i playoff con la possibilità di fare la serie C. Ma il presidente Pagin (costruttore di prefabbricati che ha realizzato in due settimane l’ospedale Covid a Ponticelli di Napoli) non se la sentì di affrontare il professionismo. Oggi è diverso: la società è pronta. Oltre al campo in cui giochiamo ci sono due sussidiari per gli allenamenti e il piccolo stadio di Reschigliano. Puntiamo sui giovani e su qualche giocatore della zona in cerca di rilancio (Pasquato ex Juventus e Finazzi). Prima della sospensione eravamo in testa alla classifica con 5 punti sull’Adriese, che ha speso 4 volte più di noi, e con una partita in meno. Sarebbe bello l’anno prossimo affrontare la Lucchese in C. Ogni volta che torno in città mi rendo conto di quanto ho perso». —



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