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Fanini ricorda Gino Bartali «Nel 1984 fu il mio primo ds»

Fanini ricorda Gino Bartali «Nel 1984 fu il mio primo ds»

Vent’anni fa moriva il popolare campione delle due ruote “giusto tra le nazioni”  Storie, aneddotti e curiosità di un’amicizia fatta di valori, passione e genuinità

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LUCCA

Maggio 2020 verrà ricordato come il mese della ripartenza del nostro Paese bloccato dal Coronavirus. Ma proprio in questo mese se ne andava Gino Bartali, uno fra i più grandi fuoriclasse della storia del ciclismo mondiale.

Un’immagine sacra dello sport italiano e non solo. Un simbolo di audacia e generosità senza precedenti, soprattutto per quanto fece per il genere umano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Una guerra che seppur allontanandolo forzatamente dalle competizioni negli anni più proliferi della sua carriera, ha paradossalmente consegnato un lascito ben più enorme delle tante altre importanti vittorie che avrebbe potuto ottenere, dando così origine un mito, non solo sportivo, che rimarrà per sempre indelebile.

Fra i trascorsi del grande Bartali, c’è anche quello da direttore tecnico della squadra professionistica di Ivano Fanini, patron di Amore & Vita - Prodir. Fanini riuscì nel 1984 a fondare la Fanini – Whurer (quella che oggi è Amore & Vita) e fu capace di mettere al suo fianco una pietra miliare del calibro di Gino Bartali.

«Bartali era molto amico di mio padre Lorenzo. - racconta Ivano Fanini, ricordandolo Ginettaccio come fosse ieri - Nel periodo storico in cui il Paese era diviso tra tifosi di Coppi e quelli di Bartali, la mia famiglia era dalla parte del corridore toscano. Quando Gino passava da Segromigno insieme alla moglie Adriana per andare a trovare la figlia Bianca Maria che si era sposata a Castelnuovo Garfagnana (divenne cittadino onorario) spesso passava a trovarci al negozio di biciclette. Si intratteneva con tutti e si univa anche alle nostre cene familiari apprezzando la cucina di mia madre Livia. Poi con mio padre, a cui aveva perfino donato la sua maglia gialla della vittoria del Tour de France, andava dal maestro degli scarpini Colombini ed era uno spettacolo ascoltare le loro storie di ciclismo che però per me erano insegnamenti di vita. Mio padre diceva sempre che anche se Gino non era mai riuscito a vincere un campionato del mondo su strada, ne aveva vinto uno ben più importante nella vita per tutto quello che aveva fatto e per le tantissime vite che aveva contribuito a salvare nella guerra con le sue gesta eroiche mettendo a repentaglio senza remore la sua. Io all’epoca ero un giovane, poco più che trentenne pieno di sogni ed iniziative, e nutrivo l’ambizione personale di vedere la mia squadra, che tra i dilettanti aveva vinto tutto, passare nel mondo dei professionisti. Seppur con tanti sacrifici e difficoltà alla fine sono riuscito a farcela. Sono sempre stato uno che non molla mai e Gino Bartali apprezzava molto questa mia caratteristica. Fu così che, anche grazie all’amicizia che lo legava al mio direttore sportivo dell’epoca, Piero Pieroni, riuscì a convincerlo di far parte del nostro gruppo nonostante avesse già 70 anni. Averlo avuto al nostro fianco anche per una stagione - che era la prima della nostra storia ciclistica nei professionisti e per me rimarrà indimenticabile - fu un immenso onore oltre che un inestimabile privilegio. Mi porterò sempre dentro i suoi preziosissimi consigli e tutti quegli insegnamenti che fortunatamente ho continuato a ricevere da lui anche quando non faceva più parte del nostro quadro tecnico. Veri e propri ‘comandamenti’ di vita che oggi cerco di trasmettere a mio figlio e braccio destro, Cristian».

Bartali apprezzava gli ideali per cui era nato il messaggio di Amore e Vita, ne condivideva pienamente gli intenti e sosteneva in pieno la nostra battaglia per un ciclismo pulito. «Lo ricordo - chiude Fanini - quando ci veniva a trovare alle corse e seguiva la competizione in ammiraglia. Ricordo le nostre serate negli hotel dopo le tappe del Giro d’Italia con lui che si prodigava nel dare consigli ai nostri atleti, soprattutto ad Alessio Di Basco, per il quale aveva una speciale predilezione. E poi quando ci ritrovavamo insieme anche ad un altro grandissimo amico, Adriano De Zan, e Gino ci raccontava aneddoti legati alle sue battaglie sportive con Coppi. Dalla famosa bottiglia che gli passò sul Galiber al Tour del 52 al film girato con il grande Totò». Storie che hanno segnato un epoca irripetibile. Nei suoi ultimi anni di vita Bartali era molto vicino a Brunello Fanini. Seguiva da vicino e apprezzava il grande lavoro per il ciclismo femminile specialmente in memoria di Michela, indimenticabile campionessa prematuramente scomparsa in incidente a soli 21 anni. Cosa direbbe Gino Bartali riguardo al ciclismo di oggi con il World Tour, il Coronavirus, il calendario in soli 3 mesi e tutto quello che è capitato nell’ultimo ventennio? Facile: l’è tutto da rifare!». —



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