Il Tirreno

Lucca

IL COMPLEANNO DI Un’ICONA ROSSONERA  

Morgia, 69 anni da don Chisciotte del calcio «I soldi allontanano la passione per il gioco»

Nicola Nucci
Morgia, 69 anni da don Chisciotte del calcio «I soldi allontanano la passione per il gioco»

Quindici anni da calciatore e trenta da allenatore scomodo e controcorrente sempre dalla parte del tifo sano e genuino

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Nicola Nucci / LUCCA

Un allenatore d’altri tempi, fedele ai suoi ideali, coerente con le sue convinzioni tattiche e il suo carattere passionale che sono la cifra di un personaggio controcorrente, dall’animo romantico, allergico al calcio moderno, alle pay tv che allontanano i tifosi dagli stadi, al dio denaro che uccide la passione. Schietto e coerente, umanità allo stato puro, il suo è un calcio autentico e genuino.

L’uomo viene prima che l’allenatore quando si parla di Massimo Morgia che oggi compirà 69 anni, una vita nel calcio, 15 da calciatore (dal 1970 al 1983), 30 da allenatore (e 19 squadre) dal 1990 alla sua ultima avventura sulla panchina del Chieri, in serie D. «Mi va poco di festeggiare, c’è gente che sta morendo per il virus, starò con la famiglia e il mio cane Aquila».

Lucca nel cuore. Romano, ma legato a doppio filo alla città delle Mura dove vive dal 1976 e dove è arrivato grazie al calcio. A Lucca ha conosciuto la moglie Annalisa e avuto la figlia Valentina. «La Lucchese è la mia seconda pelle, il ricordo che mi rende più orgoglioso è essere stato eletto nella formazione del centenario. Per me è come avere vinto la Champion’s. E poi i 6 mila di Ferrara nel 1978 e la serie B sfiorato in quello stesso anno. Eppure quando sono arrivato dalla Nocerina non l’avevo presa bene. Pensavo di salire almeno in B, mi voleva anche il Napoli, ma Anconetani mi conosceva e fece un’offerta importante vicino ai 100 milioni e all’epoca i calciatori non avevano il potere contrattuale di oggi. Poi mi feci male alla caviglia e in ritiro ero a Volterra ero in dubbio se partivo titolare con Meregalli. Con lui, Romeo Anconetani e Lucca è nato un rapporto speciale. Da questa città da non mi sono più spostato e sono arrivati poi anche mio fratello e mia mamma».

Calcio e ideali. Look da fricchettone, capelli lunghi e grandi baffi, a Lucca, dove ha anche ha aperto un negozio di articoli sportivi (Morgia Sport al Giannotti), Massimo frequentava i pittori della città. «Ero un po’ bohémien e con un carattere ribelle. Ci mettevo sempre la faccia e diventai un riferimento per la squadra anche se il capitano era Cisco. L’ultimo anno mi sono anche dimezzato lo stipendio per restare alla Lucchese. Poi ci siamo lasciati ed ho iniziato a fare anche l’istruttore di windsurf. Ho fatto altre due stagioni tra Montecatini e al Pietrasanta ma praticamente avevo chiuso la carriera a Lucca. Col gruppo della Lucchese del 1978 siamo rimasti in contatto, abbiamo una chat, Meregalli lo sento spesso, abita vicino a Milano, ma anche Gaiardi e Belloli, a Cremona e Bergamo, città duramente colpite dal coronavirus. Sono andato a un passo da allenare la Lucchese quando c’era il compianto professor Alessandro Bianchi, ma ormai ero al Pisa con Romeo Anconetani. Poi venni contattato da Donatelli ad inizio Duemila in C e in passato sono stato contattato pure da Deoma e Carruezzo. Ma se non faccio bene ho paura di sciupare questo splendido legame che mi unisce alla città. Adesso spero che la Lucchese vada in serie C. É la squadra più forte del girone, Monaco sta facendo un ottimo lavoro e giocatori come Benassi, Cruciani e Iadaresta sono trascinatori».

Isuoi maestri. «Giovanni Meragalli è stato il mio mentore, mi ha dato la fascia di capitano alla prima amichevole e da lì è scoppiato l’amore. Poi Romeo Anconetani, un precursore in tutto e capace di coinvolgere la gente. Con lui ho iniziato ad allenare nel settore giovanile del Pisa, ad Empoli dove ho fatto esordire Vincenzo Montella. Poi Corrado Orrico che è stato un innovatore, Franco Scoglio e Gigi Simoni che mi ha colpito con la sua pacatezza e gentilezza. Tra i calciatori ho avuto tanti bei rapporti, da Taccola a Portanova».

Originario della Garbatella («fino a 19 anni ho vissuto nel quartiere San Paolo»), Morgia è stato un difensore forte fisicamente, arcigno e battagliero anche in campo. «Ho iniziato nell’Omi Roma, con Agostino Di Bartolomei, poi nella Tevere Roma, allora terza squadra della Capitale. Andavo all’Olimpico a tifare Roma. Poi ho girato mezza Italia».

Tante squadre e panchine, tante città e Morgia sempre nel cuore. Un tecnico che ha messo sempre avanti i suoi ideali. «Ho sempre avuto la mia idea di calcio votato all’attacco e al palleggio. Come a Marsala col il 3-4-3, che dopo alcuni mesi Zaccheroni ha proposto in A. Per me sono state più le soddisfazioni e ho vinto 3 campionati a Siena, Marsala e Pistoia, e ci sono andato vicino con Nocerina, San Marino e Mantova. E sono orgoglioso delle tante iniziative di solidarietà (per i bambini disabili e la sindrome di Down) e tifosi per un tifo sano e bello. "Avrei voluto rivoluzionare il calcio, spero di avere dato un contributo per un calcio pulito, ma ormai dominano gli interessi economici e le televisioni. Il futuro del calcio è nei giovani, l’Atalanta è un modello che spero segua la Lucchese». —

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