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SERIE D 

Lavezzini, l’allenatore rock ideale per il lento GhiviBorgo

Luca Tronchetti
Lavezzini, l’allenatore rock ideale per il lento GhiviBorgo

Appassionato di Harley Davidson e amante della musica heavy metal  il tecnico sessantasettenne crede fermamente nella salvezza dei colchoneros

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Un allenatore rock che a 67 anni suonati viaggia in Harley Davidson (ne possiede due) e ascolta musical heavy metal in quanto fans sfegatato degli AC/DC un gruppo musicale hard rock australiano datato 1973 anche se non disdegna i complessi italiani vista l’amicizia che lo lega da tempo a Vittorio De Scalzi e ai componenti dei New Trolls. Per cercare di agguantare una salvezza che, ad oggi, appare lontana chimera, il GhiviBorgo si è affidato al veterano Rino Lavezzini che a dispetto di un’età non più verde vanta ancora un fisico invidiabile e una testa lucida e giovanile. Vederlo con la sua giacca in pelle percorrere in moto le strade tortuose delle Alpi Apuane è un vero spasso. Ma lo è ancor di più osservarlo durante gli allenamenti settimanali dei colchoneros della Valle: un martello che non ha paura a dire in faccia quello che pensa ai veterani come ai neofiti. «Io alla salvezza ci credo – dice l’allenatore emiliano ormai stabilitosi a Carrara – altrimenti non sarei venuto da queste parti. Zero punti in tre partite? Se la squadra avesse viaggiato ad altre medie non mi avrebbero certo chiamato. Io però ho notato segnali di progressivo miglioramento da Vado alla sfida contro il Bra sino al derby con la Lucchese, una formazione importante, che abbiamo messo in seria difficoltà nella prima frazione. Con il lavoro e l’impegno quotidiano possiamo tutti insieme tirarci fuori da questa situazione delicata». Lavezzini è un tipo con pochi fronzoli. La sua carriera parla da solo. Vista la stazza fisica da giovane ha giocato a basket e a calcio a livello dilettantistico: «Ero un centravanti di sfondamento. Fidenza, Salsomaggiore, Fiorenzuola e Soragna le tappe del mio percorso nel calcio oscillante tra serie Promozione e Prima Categoria con una parentesi in serie D. Potevo aspirare anche a qualcosa in più, ma il calcio allora non ti dava le certezza attuali e così ho preferito continuare a lavorare come vigile del fuoco. Tra i miei maestri vorrei citare il grande Eugenio Bersellini da Borgotaro mentre tra i compagni di squadra e gli amici ricordo con piacere un centrocampista dal piede vellutato e dalla battuta pronta: Eugenio Ghiozzi in arte Gene Gnocchi, uno dei comici e umoristi più raffinati della tv italiana».

A fine carriera la scelta di fare l’allenatore: dalle giovanili del Parma sino al Montevarchi in C2. Era il 1991 e in quell’anno Lavezzini lascia il comando dei vigili del fuoco di Parma: «Ho usufruito, tra gli ultimi in Italia, della legge che permetteva di andare in pensione dopo 18 anni, 6 mesi e un giorno e mi sono dedicato interamente al pallone che è stata sempre la mia grande passione. A Montevarchi sfiorammo la promozione in C1e l’anno dopo andai a Carrara dove ho contribuito a lanciare gente come Vergassola e Ratti che sono finiti in serie A».

Dopo il club marmifero ecco le esperienze a Castelfranco Veneto (Giorgione), Pontedera (negativa e culminata con un esonero), un anno e mezzo a Catanzaro e poi a Massa e Mantova in C2 dove la squadra con il suo avvento non solo evitò una retrocessione che pareva certa, ma per poco non finisce in C1. «C’era un attaccante, Della Giovanna, che considero con Arcadio del Montevarchi uno dei più forti in assoluto tra le punte che ho allenato». Tra le sue esperienze il Suduva in Lituania e il Petrolul in Romania. «Arrivai in Lituania grazie ad amici di Treviso. Un calcio professionistico, ma dove girano pochi soldi. Un ambiente che mi piacque molto perché la gente viveva bene e non c’erano grandi pressioni. Arrivai che eravamo settimi e chiusi al terzo posto con la qualificazione in Coppa Uefa. In Romania invece sono andato grazie al grande Franco Janich, scomparso di recente. Lì c’è grande passione, ma ci sono maggiori difficoltà perché non sempre gli imprenditori e comunque le proprietà rispettano quanto promesso a livello contrattuale. Comunque ottenni il terzo posto nonostante alcune difficoltà». Il punto più alto della sua carriera è stato il Genoa: «Settore giovanile e poi con Torrente responsabile della prima squadra. Una città unica e un ambiente incredibile. Purtroppo la società era in crisi e di lì a poco ci sarebbe stato l’avvento di Preziosi. Retrocedemmo (poi la squadra venne ripescata), ma i tifosi vennero allo stadio per applaudirci e dimostrare il loro affetto per il nostro attaccamento alla maglia». Non dimentica Lavezzini il connubio con Fabrizio De Poli: «Uno dei pochi veri grandi amici che ho nel calcio. Sono stato con lui a Genoa, Vicenza, Padova. Una persona con cui condivido l’approccio: entrambi non siamo mai stati arrivisti. Prediligiamo il rapporto umano. Quando vado al campo sono io a salutare per primo magazziniere, massaggiatore e l’addetto al campo. E al GhiviBorgo mi sento in famiglia perché si respira proprio lo spirito dei tempi antichi». —



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