Daidola, il logo del Bra tatuato sulla pelle
Con i giallorossi 3 stagioni da calciatore e 11 da tecnico «Per fare punti dobbiamo ricordarci chi eravamo all’inizio»
Luca Tronchetti
LUCCA. Ha lo stemma del Bra tatuato su un braccio. Perché per Fabrizio Daidola, 54 anni, allenatore-assicuratore ( è agente della Zurich), la società piemontese è più di una famiglia. D’altronde 14 anni trascorsi prima in campo (3 stagioni dal 1989 al 1991, con 91 presenze e 38 reti) e poi in panchina (11 stagioni con 3 campionati vinti e l’unica storica promozione in Seconda Divisione) non si dimenticano facilmente. Non si spiega in altro modo la sua permanenza sulla panchina braidense dopo 6 sconfitte consecutive e 0 punti in classifica (7 se si considera anche il ko in Coppa Italia) ad inizio campionato. Quella di oggi all’Attilio Bravi è una sfida tra ex bomber: da una parte Tony Carruezzo, che debutta da allenatore rossonero in sostituzione dello squalificato Monaco, e dall’altra Fabrizio Daidola, tra i primi marcatori di tutti i tempi del Bra. «Non scherzo quando dico che mi sono tatuato il simbolo del Bra su un braccio. L’ho fatto a 48 anni: nello stesso giorno del presidente Giacomo Germanetti per ricordare la storica promozione nei Pro. Forse è per questo mio senso di appartenenza che, nonostante una partenza da brividi, la società ha deciso di confermarmi. Abbiamo fatto quadrato e da lì è scattata la molla che ci ha portato a risalire la china. Avevamo 14 punti di ritardo dal GhiviBorgo. Oggi l’abbiamo raggiunto. Se giriamo a 18, ci servono 2 punti tra Lucchese e Chieri, nel ritorno con 22 punti ci salviamo».
CUORE TORO
Granata sino al midollo Daidola. «Stavo pranzando quando mi ha chiamato. - sostiene ironico al telefono - Se mi diceva che era tifoso bianconero riattaccavo. Sono cresciuto nel vivaio del Torino arrivando sino alla Berretti. A 18 anni in Promozione alla Novese dopo aver segnato 9 reti in 7 partite mi sono rotto il perone e la mia carriera è andata avanti sino a 35 anni sempre nei dilettanti dove ho segnato 150 gol. Poi ho allenato e fatto l’assicurazione sempre in Piemonte. La Lucchese? Ho visto i filmati. Una squadra importante e ben allenata. Mi permetta, a nome di tutto lo staff, di dare un grande abbraccio a Cruciani: spero di poterci parlare prima o al termine del match. Ho due figli e quando ho letto della sua tragedia ho pensato a lui pur abitando a 400 chilometri di distanza. Sono cose che ti toccano se sei un uomo. Chi vince il campionato? Lasciatevelo dire da uno che di serie D se ne intende: vince chi ha il numero 9 più forte. Come si ferma la Lucchese? Giocando con grande equilibrio dal primo al 97’». —
Luca Tronchetti
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
