Gioco
Mister Esposito, dal pallone alla green economy e ritorno per amore del suo Prato
Vincenzo Esposito come Silvio Baldini. Il loro calcio non c’è più e allora sopraggiungono altri interessi che pian piano spengono il sacro fuoco del pallone. Solo il richiamo della foresta, della terra in cui sono nati o della città che li ha adottati come figli, può consentire il ritorno in panchina. È accaduto 3 anni fa a Silvio Baldini nella sua Carrara ed è avvenuto lo scorso giugno per Esposito a Prato, il club della sua vita che lo vede detenere il record come allenatore con 13 stagioni vissute alla guida della prima squadra. «Vero, se non fosse stato per la famiglia Toccafondi probabilmente non avrei più indossato la tuta e non avrei più diretto un allenamento». Dal 2015 Esposito aveva detto basta con il mestiere di allenatore: «Per un paio d’anni ho fatto, sempre a Prato, il responsabile del settore giovanile. Poi mi sono dedicato ad altro. Ho fatto il nonno e ho sviluppato il mio progetto legato alla green economy sulle colline tra Seano e Quarrata pensando più agli ulivi che al pallone. A dire la verità verso aprile mi era tornata la voglia, ma non mi sarebbe mai passata dall’anticamera del cervello di percorrere centinaia di chilometri per rimettermi in gioco. Al Prato non posso dire di no, alle altre squadre posso pure rinunciare».
Per l’ex allenatore della Primavera dell’Inter, che fece debuttare un certo Mario Balotelli, la serie D è una novità assoluta: «Sono uno spirito libero e non mi piacciono le imposizioni. La regola dell’obbligo dei 4 under sempre in campo non la concepisco. Mi disturba: è una limitazione all’indipendenza di scelta dell’allenatore». Non parlate al mister di Prato super favorita del campionato: «I luoghi comuni mi annoiano. Sono nel pallone da 35 anni e conosco bene certe dinamiche dei media. Per me sono monotone e ripetitive. Si tratta di chiacchiere da bar, discorsi teorici spesso basati sul sentito dire. In questo campionato i favoriti si determinano in base ai costi di gestione. Il Prato ha buone potenzialità e una società seria e solida alle spalle. L’obiettivo è quello di disputare un torneo importante, ma vincere e per di più a mani basse mi pare un esercizio dialettico che non può trovare riscontro in campo. Al momento sono soddisfatto dei ragazzi: mi seguono con serietà e applicazione nella quotidianità degli allenamenti e, in certe partite, mi hanno emozionato. Gli alti e bassi fanno parte del percorso di crescita». Sedici punti in classifica e 3 ko in Piemonte e ora il big match con i rossoneri: «Finalmente arriva la Lucchese, una squadra che ricorda il mio percorso professionale. Quante volte, prima da giocatore e poi da allenatore, ho affrontato la squadra di Lucca, una compagine che per storia, tradizione, cultura, così come Prato non meriterebbe questa categoria. Per me questo derby è la prima partita vera, gli altri incontri erano tutti o quasi tutti inediti. Punti in meno o punti in più? Diciamo che, al netto delle vittorie e delle sconfitte, abbiamo sempre avuto un predominio totale. Quando non è andata bene, la gara è stata sporcata da qualche decisione non condivisibile da parte del direttore di gara e da qualche squalifica di troppo».
Arriva la Lucchese di Francesco Monaco: «Un amico è un bravo allenatore. Ha avuto difficoltà iniziali com’era logico che fosse visti i problemi del club che si è iscritto in D in soprannumero. Non era facile ripartire, ma la Lucchese lo ha fatto con gente che ha a cuore la società e la città. Pian piano la formazione rossonera è risalita: il gruppo mi pare di spessore. Dove arriverà la Lucchese? Guardi, non so nemmeno dove arriverà il Prato…» —
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