La manifestazione
Bramante di pallavolo, Alessia è tornata Pantera
Dopo cinque anni di inattività la 37enne si ripresenta con la maglia della Kriva «Riprendere è stato faticoso ma il volley è una malattia: ti entra nel sangue»
Alessia Bramante è tornata a calcare il parquet dopo cinque anni di assenza. Per lei un ritorno in campo emozionante con la maglia della Kriva Pantera Lucchese, serie C. La prima maglia vestita quando ha iniziato a giocare a pallavolo. Per lei, abituata nel tempo a palcoscenici più prestigiosi con tanta esperienza in B1, un rientro che le ha fatto riassaporare le gioie (e i dolori) del volley. «È stata una bella emozione, cinque anni sono tanti e per fortuna è andato tutto bene. L’importante sabato non era tanto il mio rientro ma la prestazione di squadra. La prima partita persa a Casciavola ci aveva lasciato tanto amaro in bocca, volevamo riscattarci perché l’aspettativa su di noi era alta dopo il bel precampionato fatto. Per noi è stata una vera doccia fredda che ci ha riportato alla realtà. Sabato in casa nostra contro Cascina, davanti al nostro pubblico, c’è stata una bellissima reazione».
A 37 anni cosa l’ha convinta a tornare a giocare?
«Tanti fattori, io lavoro come massofisioterapista a Marlia e in estate ho iniziato a lavorare per la Pantera seguendo le atlete più grandi e le più piccole. Parlando con il coach Alessandro Bigicchi e con la società mi sono messa a disposizione e così, senza tante aspettative e senza tante cerimonie mi sono rimessa a giocare. Mi andava di rivivere un certo tipo di emozioni».
E com’è stato il rientro?
«Il volley è come la bicicletta: ho giocato per ventidue anni quindi da una parte basta poco per recuperare certi meccanismi e certe sensazioni. Di contro cinque anni senza giocare sono tanti, ci sono stati dei momenti di affaticamento durante la preparazione che tornando a casa pensavo: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Ho sempre avuto costanza in questi anni, pur non giocando ho fatto corsa, bici, mi sono sempre tenuta in allenamento. La pallavolo purtroppo è come una malattia che ti entra nel sangue, quasi una droga e certe cose col tempo ti vengono a mancare».
Mai pensato a una carriera da allenatrice?
«Da giovane seguivo i gruppi delle più piccole nelle varie squadre in cui sono stata, ma non è il mio mondo, io voglio essere in campo».
Parliamo del suo ruolo, ha sempre giocato centrale?
«Sono diventata centrale a 14-15 anni. Quando facevo io il giovanile le regole erano un diverse, si tendeva a ricoprire tutti i ruoli. Fu l’allenatore di allora della prima squadra, Claudio Caramelli, a “vedermi” come centrale: da laterale mi spostò al centro».
Fino ai 15 anni con la Pantera, poi è iniziato il lungo girovagare in mezza Toscana.
« Santa Croce, Empoli, Pistoia, tanta B1. Il ricordo più bello che ho? Proprio la soddisfazione di essere arrivata a giocare così in alto. La più grande della squadra? Di’ pure la più vecchia, non mi offendo».
Dove può arrivare la Pantera quest’anno?
«Le ambizioni sono alte, il campionato sarà equilibrato, ci sono molte squadre forti che ambiscono a fare un campionato di vertice, la concorrenza è forte. Noi siamo compatte e il nostro auspicio è di fare bene, la palla è tonda e può succedere di tutto ma la prestazione non può prescindere dalla squadra: quando c’è un buon affiatamento e un intento comune insieme si possono fare grandi cose». —
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