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Cintolesi (Pieve San Paolo) sulle goleade nei Giovanissimi «Intervenga la Federazione»

Luca Tronchetti
Cintolesi (Pieve San Paolo) sulle goleade nei Giovanissimi «Intervenga la Federazione»

Da 25 anni nel calcio dei piccoli il dirigente chiede regole ferree sul numero dei ragazzi tesserati da ogni singolo club e limitazioni per le società professionistiche

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Da 25 anni conosce il calcio giovanile provinciale come le sue tasche. E dopo la doppia goleada (prima il Cattolica e poi il Tau) in partite di campionati riservate ai Giovanissimi B - che ha scatenato un coro di reazioni da parte di allenatori e dirigenti delle società che curano i settori giovanili - Roberto Cintolesi dirigente del Pieve San Paolo interviene ribadendo un concetto che gli sta a cuore: il rispetto delle regole. E perché vi siano regole in grado di cambiare lo stato dell’arte serve una presa di coscienza e un intervento legislativo da parte della Federazione: «Attraverso Il Tirreno speriamo di sviluppare qualcosa di nuovo dopo tanti discorsi che si trascinano da anni senza mai cambiare le cose. La Federazione, al di là dei buoni propositi, deve agire. Ci sono anomalie di fondo che provocano quei risultati eclatanti. Guardi, io non entro nel merito del 21 o 22 a 0 maturato in quelle partite. Se io sono l’allenatore o un ragazzino, perché alla fine si tratta di bambini di 12-13 anni, mi posso arrabbiare, posso sentirmi frustrato e preso in giro dall’altra squadra. Ma potrei sentirmi allo stesso modo se, ad un certo punto, gli avversari iniziassero a fare melina, a non tirare in porta, a passare indietro la palla. È un eterno dilemma e preferisco non cimentarmi su quel terreno scivoloso». Il problema, per Cintolesi, sta a monte: «Ci sono società per blasone, prestigio e tradizione più quotate di altre. E i genitori il figlio provano a portarlo in quei club più forti che hanno massima facilità a reclutare i ragazzi. Come se ne esce? Ci sono 40 giocatori del 2006 nelle società più forti e in quelle più piccole non si arriva a 12-13. Quindi i club più prestigiosi hanno 40-50 under 13 e li tesserano tutti creando una prima, una seconda e una terza squadra e con un sacco di quote tiri avanti l’attività nel migliore dei modi. Cosa dovrebbe fare la Figc a livello giovanile? Fissare un tetto massimo di tesserati per ogni squadra e categoria. Ad esempio come Pieve San Paolo non posso tesserare più di 25 bimbi, gli altri in più devono andare altrove. Ne beneficiamo tutti: i ragazzini perché possono giocare e divertirsi con continuità invece di portare soldi, non avere visibilità e benefici che hanno i compagni di squadra che giocano e poi le società minori che possono proseguire la loro attività. E poi è bene parlare chiari e non illudere i genitori che pensano di avere in casa il campione che risolve ogni problema: il pallone è di tutti, ma non è per tutti. Se uno pensa che il figlio arriverà a giocare in A deve anche sapere che negli ultimi 20 anni non sono più di 10 i calciatori nati in Lucchesia che hanno militato nell’Olimpo del calcio». Ma oltre ad uniformare il numero dei tesserati, Cintolesi chiede anche ai club professionistici di ridurre le pretese: «Mi chiedo perché le società professionistiche prendono i bimbi a 9-10 e 11 anni che abitano anche lontano e li sottopongono a una vita stressante (4 allenamenti a settimana anche a distanza di 80-100 km da casa) con le pressioni che si vengono a sviluppare mettendo a repentaglio lo studio, il gioco e gli amici. Ci sono bimbi che a 10 anni vanno ad allenarsi a Firenze e a 16-18 vengono bocciati dai club di A e B e li ritrovi in Prima e Seconda quando non smettono perché nauseati dall’ambiente. Anche le società professionistiche dovrebbero avere un obbligo di tesserare bimbi che non abitano a più di 30-40 chilometri dalla sede del club». —

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