Gioco
La leggenda dell’Astor Lucca rivissuta a cena 50 anni dopo
Da Adelindo Moriconi a Martino Michelini passando per Zizi Giovanetti e Carassiti quando il pallone era passione e divertimento e si giocava al mitico campo Balilla
LUCCA. Sono stati imprenditori, professionisti, commercianti, medici, insegnanti e artigiani. Oggi sono quasi tutti pensionati, ma i «ragazzi dell’Astor» sono ancora uniti da quell’amicizia forte e indissolubile iniziata oltre cinquant’anni fa sui campi di calcio. Alcuni vivono a Lucca, altri si sono trasferiti per motivi di lavoro, ma non si sono mai persi di vista. Qualche sera fa la rimpatriata in un noto ristorante di Lucca dove, in una sorta di piacevole amarcord, hanno rivissuto quegli anni indimenticabili trascorsi sui campi sportivi della provincia dove si giocava per passione e spesso in condizioni precarie. Gli spogliatoi erano spartani, disordinati e non sempre puliti. L’acqua calda era un miraggio e a volte mancava anche quella fredda. Così i giocatori si arrangiavano nei pochi lavandini oppure rimandavano la doccia al ritorno a casa. Dove era la mamma a lavare la muta e pulire le scarpette che dovevano essere pronte per la partita successiva.
I ragazzi arrivavano agli allenamenti e alle partite in bicicletta o in motorino. Per le trasferte non c’erano pullman riservati, ma l’automobile dei genitori e di qualche dirigente che si organizzavano per portare la squadra sul posto. Ancora non esistevano le moderne borse sportive e si riponevano tute, magliette, asciugamani e calzini di ricambio in semplici sacchetti di stoffa o in borsette di vimini. Si giocava anche con vistosi punti di sutura, frutto di scontri e testate con gli avversari. Ma non importava, perché quando si scendeva in campo tutto si annullava ed erano l’amicizia, l’entusiasmo e anche l’incoscienza a vincere. L’ appuntamento era domenica al campo Balilla per sostenere la squadra del cuore. Si giocava alle 11, ma già un’ora prima la cortina delle Mura sopra il campo, la circonvallazione e gli spalti intorno, erano strapieni di tifosi, armati di bandiere e trombette per gioire e soffrire con la loro squadra, finché l’arbitro fischiava la fine della partita.
L’Astor Lucca ha dominato la scena del calcio giovanile lucchese per circa 12 anni, sfornando decine di talenti, molti dei quali hanno spiccato il volo verso società professioniste come, per esempio, Renato Roffi una decina di stagioni in A con il Cagliari. Altri invece si sono persi per strada. Ma l’Astor resterà nei loro cuori e in quelli di tanti lucchesi che non hanno dimenticato l’invincibile armata sportiva fondata da don Sirio Valoriani, parroco di San Paolino e grande appassionato di calcio, con l’obiettivo di tenere i ragazzi lontani dalla strada e aiutarli a crescere sani nella mente e nello spirito. Dal 1956 al 1968 le maglie prima verdi, poi arancioni e talvolta azzurre o rossoblù dell’Astor erano sinonimo di successo. La squadra aveva trionfato nei campionati toscani Allievi e Juniores, in quelli provinciali del Csi e in molte altre competizioni. Ma non era così facile essere ammessi.
C’era insomma la fila per diventare un giocatore dell’ Astor che si divideva nelle formazioni A e B dove gli atleti giocavano fino al massimo a 18 anni. Le esigenze di allora erano minime: gli allenatori non prendevano un soldo e la squadra aveva sede (gratuita) in una stanzetta della canonica della chiesa del Suffragio. Per le spese minimo ci pensò don Sirio, grazie al sostegno economico di una misteriosa nobildonna lucchese, della quale non rivelò mai il nome. La squadra non prese mai denaro per la cessione dei giocatori a club professionistici. Si accontentava di scarpe, mute, borse e palloni e qualche cena per i ragazzi. Soltanto un paio di volte, al crepuscolo dell’epopea Astor, i dirigenti accettarono somme di denaro. Fu per Bergamaschi con la Lucchese targata Quilici e per l’attaccante Borselli, ma quei soldi andarono alle missioni e alle famiglie bisognose. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
