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Lucca

AMARCORD NEL DERBY CON IL PISA 

Vescovi e il gol su corner «Dopo aver vinto all’Arena ci portarono 5 giorni in ritiro»

Luca Tronchetti
Vescovi e il gol su corner «Dopo aver vinto all’Arena ci portarono 5 giorni in ritiro»

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Minuto 31 della ripresa. Ciappi, portiere del Pisa, ha appena deviato in angolo un bolide di sinistro di Novelli su errore nello stop e nel rinvio di Rapalini. Dalla bandiera va a battere Luciano Vescovi, classe 1952, centrocampista di potenza e precisione che 11 minuti prima ha rilevato il motorino Gaiardi. «Calciai ad effetto colpendo la sfera di cuoio con l’interno sinistro a rientrare. Il mio intento era di effettuare un tiro cross su cui potesse avventarsi D’Urso. La palla finì tra la testa di Bencini, appostato sul palo, e le mani protese in tuffo del portiere nerazzurro che annaspò e cadde mestamente in porta con il pallone». Morale? Impazza la curva rossonera per una vittoria che aveva il sapore della B e Luciano Vescovi entra di diritto nella storia e nella leggenda rossonera. È domenica 19 febbraio 1978. Quarantuno anni fa. Pare ieri. Il tempo è un killer silenzioso che non ti perdona. Restano i ricordi e quelli non li cancella nessuno. Vescovi - nativo di Reggio Emilia e che oggi vive a Frosinone - dopo aver militato anche nella Sarzanese, nell’Avellino, nella Nocerina, nell’Empoli, nella Carrarese e nel Pontedera chiudendo in Ciociaria inizia la sua carriere di allenatore tra squadre di C e D ( Frosinone, Siena, Cremapergo, Poggibonsi, Gladiator) lavorando come segretario in un ingrosso di casalinghi a Frosinone. Oggi ha 66 anni ed è in pensione. Allena per diletto una formazione di Prima Categoria nel frusinate (la Sterparo) e mantiene i contatti con Lucca attraverso gli amici Massimo Morgia e Massimo Pierotti. «Il premio di Anconetani per aver espugnato l’Arena Garibaldi? Usciti due ore dopo dallo stadio partimmo subito in ritiro in un albergo all'Abetone per preparare la gara successiva al Lungobisenzio con il Prato. Il lunedì i miei compagni e una delegazione di tifosi per festeggiarmi mi seppellirono sotto la neve. Un gesto affettuoso che rischiò di farmi prendere una polmonite. Quello sì che era calcio vero: fatto di passione e senso di appartenenza». —

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