Attenzione
«Cari lucchesi arrivederci, almeno per il momento...»
di Luca Tronchetti
Parla il chiacchierato imprenditore che ha tentato di acquisire la società rossonera «Avevo un progetto interessante ma nei miei confronti ci sono troppi pregiudizi»
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LUCCA. «Avevo un progetto interessante con il coinvolgimento di imprenditori che hanno fatto parte di club di serie A, ma dopo la sollevazione popolare dei tifosi che non mi vogliono a Lucca mi ritiro in buon ordine anche se resta l’amicizia con Arnaldo Moriconi e non è detto che con lui non concluda altri affari che mi possano portare di nuovo nella vostra città». Il chiacchierato imprenditore romano Pietro Belardelli specializzato nel settore parabancario pare essere ormai fuori dai giochi che riguardano l’acquisizione dell’As Lucchese Libertas 1905. Se la prende con tutti, mass media in primis, per questo mancato rientro nel calcio italiano che attendeva da anni. Il refrain è sempre lo stesso: la stampa cattiva che scrive maldicenze.
Dottor Belardelli, ma dopo le vicende Lugano, Castel di Sangro e Lecco chi glielo fa fare di rientrare nel mondo del pallone?
«La grande passione e la voglia di dimostrare a tutti che sono capace di vincere come ho fatto in Svizzera. Lei è troppo giovane (mica tanto) per ricordarsi la mitica Pro Calcio Italia, la squadra Allievi della Figc degli anni Cinquanta-Sessanta guidata dal maestro Domenico Biti (morto in panchina mentre allenava la Pro Cisterna negli anni Ottanta). Ero una mezz’ala che correva tanto e ho giocato assieme a Franco Superchi, Claudio Merlo, Giancarlo De Sisti, Mario Colautti nei settori giovanili di Tevere Roma, Roma (allenatore Krieziu) e Lazio (allenatore Flamini). E poi a me hanno rovinato i media: il Lugano l’ho portato io dalla B alla Champions con tecnici italiani come Sonzogni e il compianto Morinini. Ma siccome sono italiano e “romano de Roma” in Svizzera siamo malvisti e quindi tutti i guai della compagine elvetica si sono riversati su di me».
Gli facciamo notare che il procuratore cantonale Stauffer nel 2000 aveva aperto su di lui un fascicolo di informazioni preliminari con l’accusa di riciclaggio e collusione con la criminalità organizzata sostenendo che lui aveva millantato una capacità finanziaria inesistente. Lui ribatte pronto: «Per quell’indagine sono finito pure dietro le sbarre in Calabria. Ma alla fine di quell’inchiesta cos’è rimasto? Un’archiviazione e la mia vita mezza rovinata».
Come la mettiamo con il Castel di Sangro e il Lecco?
«Gravina che all’epoca era amministratore del club abruzzese (francamente il presidente era l’imprenditore Simone Gargano, prima c’era Gravina) forse non si ricorda bene, ma lasciò la società in gravi difficoltà economiche. Io riuscì a salvarla dalle retrocessione in D e poi l’ho rivenduta al sindaco per un euro e sono salito a Lecco perché mi chiamò l’allora presidente del Torino, Cimminelli (ricordato come il patron del fallimento dei granata e poi morto suicida), per chiedermi di dare una mano al club lombardo. Ma non era possibile: lo dissi a Cimminelli che il debito era troppo alto. Sono rimasto due mesi e poi me ne sono andato».
Morale? Belardelli deferito per illecito amministrativo e costretto a fuggire dagli ultras lecchesi scavalcando un muro.
«No. – precisa - Ero andato a una trasmissione televisiva e i tifosi più facinorosi hanno circondato gli studi. La Digos per evitare inutili incidenti mi ha detto di salire su una scala che porta al di là di un muretto dove si trova una villa di un farmacista della zona. Mi hanno ripreso le telecamere ed è stata la fine del mondo». Insomma, un uomo davvero sfortunato.
Ci spiega come è entrato in contatto con la Lucchese?
«A luglio tramite Adolfo Anconetani che conoscevo come personaggio del mondo del calcio. Lui mi ha messo in contatto con Moriconi, il finanziatore della Lucchese. Era luglio. Di lì a poco siamo andati nello studio del commercialista del patron della Sice. C’era anche Carlo Bini. Abbiamo parlato su come procedere sul piano giuridico per il passaggio delle quote. Ci siamo lasciati che sembrava tutto fatto e invece qualcuno si è messo in mezzo ed è saltato tutto».
Ma lei era interessato soltanto alla squadra di calcio?
«Moriconi è un imprenditore intelligente e avevamo parlato anche della televisione. Le frequenze di Dì Lucca arrivano sino a Viterbo e c’era la possibilità di creare un’emittente importante che coprisse Roma e buona parte del Lazio. Poi ho qualche situazione interessante in Bulgaria legata al settore delle costruzioni e lui mi aveva chiesto se c’era la possibilità di fare qualche lavoro assieme. Vorrei chiarire una volta per tutte che in questo momento abito a Roma. Poi per lavoro sono stato vent’anni in Svizzera, diciotto mesi in Romania, altrettanti in Albania e tre anni in Moldavia curando affari anche in Bulgaria dove mi sono divertito prendendo una squadra di calcio (il Dinamo Nova Zagora in serie B)».
Conosce gli imprenditori romani Stefano Todini e Piergiorgio Nocella?
«Non ho il piacere di conoscerli. Nel mio gruppo imprenditoriale c’erano altre persone che avevano fatto calcio di alto livello e di cui non posso rivelare l’identità (e ti pareva) e avevamo un bello staff tecnico (Matteo Anconetani, Ceniccola e un ex calciatore di serie A come responsabile del settore giovanile). A novembre c’è stato un nuovo contatto con uno studio legale (gli avvocati pisani Cioni e Coscia). Era tutto fatto, potevo starmene dietro le quinte e invece per correttezza mi sono presentato alla città. Non sono stato apprezzato e senza la disponibilità dei tifosi faccio tre passi indietro. Anche se credo che ci siano state manovre di soci minoritari contro la mia persona. A me hanno rovinato internet e le false notizie in rete sul mio conto. Il niet di Gravina? Deve spiegare perché ha permesso l’iscrizione a società decotte come Modena e Arezzo senza fare i controlli necessari mentre a me si chiedono certificazioni ancor prima di entrare. Due pesi e due misure».
Dottor Belardelli, ma dopo le vicende Lugano, Castel di Sangro e Lecco chi glielo fa fare di rientrare nel mondo del pallone?
«La grande passione e la voglia di dimostrare a tutti che sono capace di vincere come ho fatto in Svizzera. Lei è troppo giovane (mica tanto) per ricordarsi la mitica Pro Calcio Italia, la squadra Allievi della Figc degli anni Cinquanta-Sessanta guidata dal maestro Domenico Biti (morto in panchina mentre allenava la Pro Cisterna negli anni Ottanta). Ero una mezz’ala che correva tanto e ho giocato assieme a Franco Superchi, Claudio Merlo, Giancarlo De Sisti, Mario Colautti nei settori giovanili di Tevere Roma, Roma (allenatore Krieziu) e Lazio (allenatore Flamini). E poi a me hanno rovinato i media: il Lugano l’ho portato io dalla B alla Champions con tecnici italiani come Sonzogni e il compianto Morinini. Ma siccome sono italiano e “romano de Roma” in Svizzera siamo malvisti e quindi tutti i guai della compagine elvetica si sono riversati su di me».
Gli facciamo notare che il procuratore cantonale Stauffer nel 2000 aveva aperto su di lui un fascicolo di informazioni preliminari con l’accusa di riciclaggio e collusione con la criminalità organizzata sostenendo che lui aveva millantato una capacità finanziaria inesistente. Lui ribatte pronto: «Per quell’indagine sono finito pure dietro le sbarre in Calabria. Ma alla fine di quell’inchiesta cos’è rimasto? Un’archiviazione e la mia vita mezza rovinata».
Come la mettiamo con il Castel di Sangro e il Lecco?
«Gravina che all’epoca era amministratore del club abruzzese (francamente il presidente era l’imprenditore Simone Gargano, prima c’era Gravina) forse non si ricorda bene, ma lasciò la società in gravi difficoltà economiche. Io riuscì a salvarla dalle retrocessione in D e poi l’ho rivenduta al sindaco per un euro e sono salito a Lecco perché mi chiamò l’allora presidente del Torino, Cimminelli (ricordato come il patron del fallimento dei granata e poi morto suicida), per chiedermi di dare una mano al club lombardo. Ma non era possibile: lo dissi a Cimminelli che il debito era troppo alto. Sono rimasto due mesi e poi me ne sono andato».
Morale? Belardelli deferito per illecito amministrativo e costretto a fuggire dagli ultras lecchesi scavalcando un muro.
«No. – precisa - Ero andato a una trasmissione televisiva e i tifosi più facinorosi hanno circondato gli studi. La Digos per evitare inutili incidenti mi ha detto di salire su una scala che porta al di là di un muretto dove si trova una villa di un farmacista della zona. Mi hanno ripreso le telecamere ed è stata la fine del mondo». Insomma, un uomo davvero sfortunato.
Ci spiega come è entrato in contatto con la Lucchese?
«A luglio tramite Adolfo Anconetani che conoscevo come personaggio del mondo del calcio. Lui mi ha messo in contatto con Moriconi, il finanziatore della Lucchese. Era luglio. Di lì a poco siamo andati nello studio del commercialista del patron della Sice. C’era anche Carlo Bini. Abbiamo parlato su come procedere sul piano giuridico per il passaggio delle quote. Ci siamo lasciati che sembrava tutto fatto e invece qualcuno si è messo in mezzo ed è saltato tutto».
Ma lei era interessato soltanto alla squadra di calcio?
«Moriconi è un imprenditore intelligente e avevamo parlato anche della televisione. Le frequenze di Dì Lucca arrivano sino a Viterbo e c’era la possibilità di creare un’emittente importante che coprisse Roma e buona parte del Lazio. Poi ho qualche situazione interessante in Bulgaria legata al settore delle costruzioni e lui mi aveva chiesto se c’era la possibilità di fare qualche lavoro assieme. Vorrei chiarire una volta per tutte che in questo momento abito a Roma. Poi per lavoro sono stato vent’anni in Svizzera, diciotto mesi in Romania, altrettanti in Albania e tre anni in Moldavia curando affari anche in Bulgaria dove mi sono divertito prendendo una squadra di calcio (il Dinamo Nova Zagora in serie B)».
Conosce gli imprenditori romani Stefano Todini e Piergiorgio Nocella?
«Non ho il piacere di conoscerli. Nel mio gruppo imprenditoriale c’erano altre persone che avevano fatto calcio di alto livello e di cui non posso rivelare l’identità (e ti pareva) e avevamo un bello staff tecnico (Matteo Anconetani, Ceniccola e un ex calciatore di serie A come responsabile del settore giovanile). A novembre c’è stato un nuovo contatto con uno studio legale (gli avvocati pisani Cioni e Coscia). Era tutto fatto, potevo starmene dietro le quinte e invece per correttezza mi sono presentato alla città. Non sono stato apprezzato e senza la disponibilità dei tifosi faccio tre passi indietro. Anche se credo che ci siano state manovre di soci minoritari contro la mia persona. A me hanno rovinato internet e le false notizie in rete sul mio conto. Il niet di Gravina? Deve spiegare perché ha permesso l’iscrizione a società decotte come Modena e Arezzo senza fare i controlli necessari mentre a me si chiedono certificazioni ancor prima di entrare. Due pesi e due misure».
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