Gioco
In bicicletta in macelleria così iniziò a staccare tutti
Vittorio Buti cominciò a lavorare come garzone e in bottega andava pedalando Storica la sua vittoria nel 1958 della 9ª edizione della gara Martiri Lunatesi
ALTOPASCIO. Uno dei negozi storici di Altopascio è la macelleria Buti in via Cavour davanti la farmacia comunale. Esiste dal 1964,quando Vittorio Buti, oggi in pensione, la fondò lavorandoci una vita con la collaborazione della moglie Stefania Banti. Oggi Buti ha 78 anni e ha ceduto la gestione al figlio Stefano, che continua la tradizione di famiglia con orgoglio, essendo una delle più anziane attività comunali. Un caso raro perché i tempi cambiano e a farne le spese è la tradizione. Le macellerie di una volta sono in fase di estinzione e le migliori resistono a mode e crisi economiche.
«Riusciamo a resistere - dice Buti- cercando di mettere sempre sul banco le carni di migliore qualità e allevate nel migliore dei modi con una alimentazione corretta. Ho cercato di trasmettere ai figli l’amore per questo mestiere. Stefano,44 anni, gestisce la macelleria di Altopascio, mentre Francesco,46 anni, ha una macelleria a Santa Maria a Monte. Tengono duro e vanno avanti stringendo i denti ma con tanto amore per questo mestiere che purtroppo sta scomparendo».
Con la gestione della sua macelleria Buti acquistò anche casa ad Altopascio nel 1967 ed oggi si sente altopascese a tutti gli effetti. «Nacqui a Santa Maria a Monte nel ’38 e da ragazzo facevo già il garzone per una macelleria del posto. Piano piano iniziai ad imparare a macellare suini bovini. Una volta la lavorazione si faceva in una stanza di casa. Oggi sarebbe impossibile farlo,sia per i costi che per le normative che non lo consentono più». Ma a lavorare ci andava in bicicletta.
«Fu mio padre Aladino - risponde l’anziano commerciante- a trasmettermi questa passione. In casa non si faceva altro che parlare di Gino Bartali e Aldo Bini,dei quali mio padre era tifoso. Io mi sentivo di andare forte in bicicletta. Appena terminai la scuola di arti e mestieri per l’avviamento al lavoro nel ’55,a 17 anni, iniziai la carriera da allievo. Mio padre che era operaio fece enormi sacrifici comprandomi una Bianchi ed iniziai a correre nel Santa Croce. All’esordio caddi e mi ritrovai ricoverato in ospedale. Ero pieno di escoriazioni ma per fortuna niente di rotto. Dopo un mese tornai alle gare e vinsi a Pozzi il circuito Versiliese. Ero in fuga con Da Prato e,quando mancavano 55 chilometri al traguardo,lo staccai sul "Pitoro" giungendo da solo. Andavo forte in salita. Mi sembrava di volare,guardavo il cielo e mi sembrava di toccarlo. A quell’età la stanchezza non si sente. La mattina ero a portare la carne alle famiglie ed il pomeriggio vinsi la corsa staccando tutti e facendo 55 chilometri da solo».
La seconda vittoria stagionale la ottenne a Legoli in provincia di Pisa. Forò,si rimise in sella e vinse con arrivo in salita. Andava pure forte a cronometro. Così nel ’56,dopo vari corteggiamenti,firmò per l’Affrico di Firenze,una delle squadre toscane più blasonate. Era allievo di secondo anno,si attendevano da lui grandi risultati. Non tardò la sua convocazione nella rappresentativa toscana per i campionati nazionali. Buti mantenne fede alle attese. Vinse 10 corse e quando non vinceva si piazzava nelle prime posizioni.
Fra le sue vittorie più importanti la prima prova del campionato toscano a Terranuova Bracciolini, il trofeo Mione a Firenze dove staccò tutti sul Miglio di Pratolino. Alla sua azione non riuscirono a resistere nemmeno l’astro nascente del ciclismo lucchese Pieruccini poi morto tragicamente investito da un camion, ma nemmeno Lotti e Zucconi.«Avevo il 19 di rapporto - ricorda Buti - scesi a tutta per 10 chilometri fino all’arrivo. Dovetti superare anche una processione nel corso di una festa paesana, ultimo ostacolo prima del traguardo. Mi ricordo che alla radio si ascoltava in quei giorni la notizia dell’Oscar vinto da Anna Magnani,prima attrice italiana a riceverlo con il film "La rosa tatuata". Che emozione! Mi sentivo veramente un leader anch’io».
Un anno che Buti ricorderà è il 1956. Ercole Baldini,soprannominato "Il treno di Forli"vinse per l’Italia l’oro olimpico nella gara in linea a Malbourne. Per la Toscana non andarono invece bene i campionati italiani a Udine. «Ero stato convocato da Adalino Mealli- risponde Buti- un signore che conoscevo bene perché aveva corso ai tempi di mio padre anche lui ex corridore. Quel giorno cademmo tutti e quindi non potemmo sfiorare nemmeno il podio. La corsa era troppo sentita e noi della Toscana ci arrivammo contratti e non rilassati per poter essere competitivi». Un ’56 comunque indimenticabile per Buti. Fra le sue più brucianti sconfitte ci fu il secondo posto al Gp Liberazione battuto dal lucchese Pieruccini. Nel 1957 Buti passò dilettante con l’Alfa Cure di Firenze. Ottenne un quinto posto a Titignano e due secondi posti in altrettanti circuiti a Campo di Pisa e a Calci. Gli sfumò la vittoria negli ultimi chilometri a Firenze nel Gp Pirelli,quando sul San Casciano dall’Incisa fu ripreso da Bruno Mealli. Arrivò sul traguardo soltanto in dodicesima posizione. Poi un’altra rovinosa caduta lo costrinse di nuovo ad un ricovero ospedaliero. «Anche quella volta per fortuna- ricorda Buti- non ci furono gravi conseguenze. Dopo un mese tornai a correre anche se non feci risultati di rilievo».
Nel 1958 rinnova il contratto con l’Alfa Cure di Firenze ed ottiene la vittoria più bella della sua carriera imponendosi nella 9ª Martiri Lunatesi.
«Vincere a Lunata a quei tempi era veramente dura. Una corsa in linea dura e selettiva. Tutte le grandi squadre ambivano a conquistare la grande classica organizzata già a quei tempi dalla Coppi. Io attaccai sul Marliana ed arrivai solo a Lunata. Speravo di non forare su quelle strade bianche piene di sassi. Mi sarebbe dispiaciuto veramente se fossi stato ripreso come quando Bruno Mealli mi precluse il successo l’anno precedente riprendendomi sul San Casciano. A Lunata la folla era strabocchevole. L’entusiasmo dei lunatesi per il ciclismo era indescrivibile ed imparagonabile nei tempi di oggi. Dietro di me giunsero rispettivamente secondo e terzo Ciampi e Pieruccini».
Poi iniziarono i problemi fisici per Buti che ridimensionarono le sue ambizioni. Una brutta tendinite lo avvolse,un problema che gli faceva sentire continuamente le gambe. Riprese una terapia antiinfiammatoria a base di pomate e compresse. Ma le corse più lunghe mettevano a dura prova le sue condizioni fisiche.
«Mi rivolsi a Luigi Colombini,il miracoloso calzolaio lunatese che fece le scarpe a tutti i più grandi campioni di ciclismo,il quale mi rispose che il mio problema poteva derivare proprio dagli scarpini che calzavo non idonei per le lunghe distanze. La tendinite si acutizzò e decisi di ritirarmi. Nel 1959 mi assunse come macellaio la Cooperativa di Montecarvoli e nel 1964 mi misi in proprio aprendo il negozio di Altopascio. Ogni tanto in piazza Cavour mi ritrovo con gli amici a parlare di ciclismo degli anni ’50 e ’60,gli anni più belli della mia vita. Sono felice che Altopascio mi abbia adottato e dei cittadini con i quali ho instaurato nel tempo un rapporto di vera amicizia. Ancora oggi vado in bicicletta. Da pensionato ho molto tempo da dedicare alle due ruote. Ho comprato di nuovo una Bianchi in carbonio con la quale scalo il San Baronto a forte andatura. Il ciclismo mi è rimasto nel sangue e quando sono in bicicletta continuo a guardare verso il cielo che mi sembra sempre più vicino ed è una sensazione bellissima».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
