Il Tirreno

Lucca

Scatto d’autore sulla storia degli anni ’50

di Valter Nieri
Scatto d’autore sulla storia degli anni ’50

Carriera breve ma fulgida: parla Gianfranco lo scalatore che non conosceva la fatica

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LUCCA. «Quando la salita si fa dura! È lì che i veri ciclisti cominciano a pedalare». È un modo dire fra gli amanti della bici che racconta lo spirito eroico di questo sport e ben fotografa la tempra del personaggio di oggi. Tra i tanti dilettanti di ciclismo lucchese anni ’50, uno spazio se lo è ritagliato Gianfranco Tuccori. La sua passione per i pedali nacque tifando Fausto Coppi, il campionissimo dell'epoca e nel divertirsi con gli amici. Fece le sue prime pedalate da ragazzo nel rione del Bastardo a Lucca, quando saliva sulle Mura sempre per primo, scattando di continuo. A Tuccori la fatica non ha mai fatto paura: ingrediente indispensabile in un'epoca in cui le corse si snodavano sulle strade bianche, così chiamate perché invase da polvere. Quelle strade sfinivano i muscoli ma esaltavano lo spirito eroico del ciclismo. «A quel tempo – racconta Tuccori – lavoravo e studiavo, ma in testa avevo soltanto la bicicletta. Ho frequentato la scuola fino alla terza commerciale delle superiori,ma in realtà amavo di più lavorare alla Tuccori rottami metallici, l'azienda di mio padre Lino, che aveva sede in via Elisa. È la stessa azienda che gestisco attualmente a Guamo: festeggia 80 anni. Nel corso del tempo sono riuscito a ingrandirla fino a farne una delle ditte più importanti a Lucca nel settore del recupero di rottami e semi lavorati. Nel lavoro divenni esperto in giovane età e così smisi di stare sui libri per dedicarmi al ciclismo». Il ragazzo lucchese, che a settembre di quest'anno compie 79 anni, andava forte: era uno scattista, uno di quelli che entusiasmano i tifosi e animano le corse. Che allora erano più belle e ricche di pathos di quelle di oggi.

L’esordio con la Uc Lucchese. Dopo aver vinto diverse corse Uisp, nel ’53 fece il suo esordio ufficiale sotto la Fci con la maglia dell'Uc Lucchese, una società che ai tempi di Luigi Barbafiera ha lanciato innumerevoli promesse al ciclismo regionale. E fu una scelta felice che mantenne fede alle aspettative degli sportivi lucchesi. Vinse 9 corse e verso la fine della stagione fu convocato per il campionato nazionale e inserito nel sestetto della Toscana assieme a Giovanni Cellai, Silvano Simonetti, Ivo Sbrana, Luca Paoli e Arnaldo Matelic. Partenza da Milano con la salita del Ghisallo da affrontare a 8 chilometri dall'arrivo. Una caduta prima della volata conclusiva a Castel Del Bosco lo privò della possibilità di salire sul podio, per il suo disappunto e quello degli accompagnatori Corsini e Dolli. Nonostante l’inconveniente per Tuccori fu un anno pieno di soddisfazioni: tante vittorie e la maglia scudata di Campione provinciale. Nel ’54 Tuccori passò Allievo e si trasferì al Ponterosso di Pietrasanta che si affidava molto alle sue strategie in corsa e a quelle di Antonio Girotto, altro lucchese e corridore di razza. Ma l'allenamento mentale non era adatto alle strategie di Tuccori, che preferiva affidarsi a una buona gestione della tensione pre-gara, per dare poi sfogo ai suoi scatti improvvisi. Scatti che mettevano a dura prova la resistenza dei suoi avversari. Nonostante il salto di categoria continuò a essere fra i protagonisti e la raddoppiata distanza delle gare, rispetto all'anno precedente, non lo colse impreparato. Ai Campionati toscani sferrò l'attacco decisivo a due chilometri dal traguardo: fece il vuoto, ma l'ammiraglia del tecnico Dell'Arsina gli si avvicinò, intimandogli di non rischiare troppo per non perdere la gara. Tuccorì ascoltò il consiglio e fece male: rallentò, agevolando il recupero dei suoi immediati inseguitori ma a quel punto il compagno di squadra Antonio Girotto lo prese in contropiede andando ad aggiudicarsi il titolo. Per il Ponterosso fu un trionfo, perché piazzò due suoi atleti sul podio: Girotto e Tuccori che in extremis riuscì a conquistare la terza posizione.

La vittoria in casa. I tifosi cominciarono ad organizzare carovane al seguito dei ciclisti che indossavano la maglia pietrasantina e nel ’55 si tolsero tante soddisfazioni: Tuccori arrivava quasi sempre primo o secondo e al secondo regionale fu preceduto soltanto da Otello Noci, della società ciclistica Africo di Firenze. «Non potrò mai dimenticare il ’55 – risponde Tuccori al quale luccicano gli occhi mentre ne parla – Stavo sempre in prima fila, sia in salita che in pianura, e delle tante vittorie ottenute, una in particolare mi fa ancora venire i brividi. Quella di Lucca: vinsi fra i miei tifosi esultanti e portai a casa il 3° Trofeo Lencioni, battendo in volata Emilio Giribon. L'arrivo era in Piazza San Francesco, dove per la prima volta impuntai i pedali ancora ragazzino». Un anno veramente magico per lui, che si impose anche nel Trofeo Gardiol, nella Coppa Martini, nella 4ª Coppa Enal a Lucca e nella Coppa Butangas ad Altopascio.

La delusione. Fu automatica la convocazione per il Campionato Italiano che partiva e arrivava a Rimini, in un circuito pianeggiante che però aveva anche la scalata alla Rocca delle Camminate. Tuccori e Talini erano fra i grandi favoriti. L'ultimo successo il ciclista lucchese lo aveva ottenuto appena una settimana prima a Viareggio, quando si era imposto nel Trofeo San Paolino infliggendo distacchi colossali ai sui avversai: il secondo classificato giunse sul traguardo con un ritardo di 2'20". Il quinto classificato accusò un ritardo di 32' arrivando fuori tenpo massimo.

Distacchi che Tuccori inflisse ai suoi avversari staccandoli ripetutamente affrontando per 2 volte il "Pitoro" e per 2 volte il "Magno".Eppure a Rimini la delusione fu cuocente. «Il peggior giorno della mia carriera ciclistica – racconta – al secondo tornante della Rocca mi bloccai. Le gambe non giravano più, quando ancora facevo parte del gruppo di testa e sognavo di imboccare il rettilineo di arrivo in Corso Italia. Persi potenza e caddi in quei processi metabolici che purtroppo condizionano pesantemente gli sforzi fisici».

FIne della corsa. Nel ’56, l’ultima stagione di una carriera breve ma ricca di soddisfazioni: per il corridore lucchese ci fu il ritorno all'U.C.Lucchese. «Mi viene in mente un episodio di quell'anno. Mi avvicinò Antonio Poli, che allora dirigeva il Pedale Lucchese e con aria un po’ risentita perché le nostre strade non si erano mai incrociate, mi disse: “ti regalo questa bici, tutto l'abbigliamento per le gare e quello da riposo, purché tu metta l'etichetta con il mio logo”. Accettai, anche perché lo consideravo un amico, come lo è tutt'oggi suo figlio Pierluigi. Fra i Dilettanti di 2ª e 1ª serie, ero competitivo fino a 150 chilometri di corsa. Dopo crollavo. Ottenni comunque buoni piazzamenti. Ricordo un secondo posto in un circuito a Massa. Alla fine decisi di ritirarmi e di dedicarmi all'azienda di famiglia. Mio padre morì all'età di 93 anni. Presi in mano l'azienda che tutt'oggi dirigo a Guamo, avvalendomi della collaborazione dei miei nipoti. Il 17 maggio 2015 la camera di Commercio mi ha conferito il Premio Fedeltà al lavoro e al progresso economico per i 60 anni di attività. Una vita ricca di soddisfazioni ma che mi ha dato anche il dolore più grande: la morte di mio figlio Nicola, soprannominato "Picone", tifosissimo della Lucchese. Un tumore me lo ha portato via nel 2010.Ho un'altra figlia che si chiama Alessandra e quattro nipoti ai quali sono molto attaccato. Da Settembre del ’62 vivo con mia moglie Paola Fedele». Gianfranco Tuccori ha continuato a seguire il ciclismo e il calcio (è tifoso dell'Inter). Lasciò lo sport agonistico al termine del ’56 senza pentimenti ma con la consapevolezza di essere entrato nella storia dei più forti dilettanti lucchesi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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