Gioco
Micheli, dalla bici al calcio nel nome dello sport pulito
Corridore dilettante negli anni Sessanta disse basta per certe pratiche sospette «Da quel giorno non sono più salito in sella». Ha portato il Lammari in Eccellenza
LUCCA. Quando lo sport è una parentesi della vita, una tappa importante, ma non fondamentale per giungere al traguardo e alla realizzazione nella società. Un passaggio ricco di gioie ed amarezze, di grande felicità ma anche di forti delusioni.Questa è la storia di Mario Micheli, 72 anni ancora da compiere, nato a San Colombano nel comune di Capannori. Un self made man che dopo aver superato (a fatica) la quinta elementare andò a lavorare come operaio allo zoccolificio Olando Chelini di Segromigno Monte. Felice di contribuire, con i suoi primi salari, all'economia di una famiglia di contadini. Gente povera, ma onesta come tante famiglie degli anni Sessanta artefici del boom economico e protagoniste di un’Italia più genuina e sincera che oggi è praticamente scomparsa. Mario andava a lavorare in bicicletta e partiva spesso all’ultimo tuffo. Per non giungere in ritardo pedalava forte e recuperava il tempo perso. Aveva una bici da passeggio e quando vedeva i gruppi di cicloamatori scorrere in fila indiana si univa a loro e pedalava così forte da superarli.«O bimbo, ma dove vai?» gli urlava il gruppo.«Vado a lavorare» rispondeva « e poi mi diverto».
Una bici senza cambio. Ma a notare la sua verve agonistica fu soprattutto un dirigente della Coppi Lunata, Enrico Luciani, il suocero del meccanico di S.Vito anche lui ex corridore. Lo tesserò per la sua squadra e Mario Micheli si ritrovò alle corse senza mai averci aspirato. «Correvo con una bici normale- dice Micheli- alla quale mancava persino il cambio che mi montò mio cognato Giuseppe Paolini, un meccanico di Monsummano.Nel 1960 da Esordiente vinsi la mia prima corsa in carriera in un circuito a S.Vito. Poi miravo anche ai piazzamenti. Quelli furono numerosi perchè assieme alla Coppa c'erano in palio tanti premi in natura e generi alimentari che portavo a casa per la gioia dei miei genitori»Nel 1961 l'eccessivo aumento della crescita durante lo sviluppo impedì a Mario Micheli una costante partecipazione alle corse. Questa crescita accelerata finì per danneggiare le sue possibilità agonistiche.E così per rivederlo nelle prime posizioni degli ordini di arrivò bisognò attendere il 1962 quando all'età di 18 anni faceva l'ingresso fra gli Allievi del G.S.Del Frate di Segromigno.Cambiò maglia, ma era sempre battagliero in corsa. Si infilava nelle fughe e sovente era lui a tirare, ma soltanto perchè amava pedalare. Correva per la Del Frate assieme a pochi compagni e la squadra contava molto sulle sue accelerazioni soprattutto quando la strada saliva dove si faceva sempre trovare pronto. Non era ben visto in gruppo perché le grandi squadre come l'U.C.Lucchese e la Coppi erano quelle che si dividevano le vittorie e Micheli dava tremendamente fastidio. Come nel 1963 quando ad una corsa, seguendo l'ammiraglia della giuria, fu depistato dalla fase cruciale quando era in fuga solitario e puntava verso il traguardo.Quella gara lo vide all'arrivo classificato soltanto in undicesima posizione. La seconda vittoria la ottenne a Pescia Morta e la terza a Marlia da solo dopo vari tentativi di fuga colse il momento giusto per sferrare l'attacco decisivo.
Vigili urbani pasticcioni. «Devo riconoscere -dice amareggiato Micheli- di non aver mai avuto il fiuto delle vittorie: io pedalavo forte a testa bassa,senza usare il cervello, altrimenti avrei vinto molto di più. Un giorno a Montecatini stavo per riprendere Piero Pieroni, il grande direttore sportivo degli anni Settanta-Ottanta - quando i vigili urbani, commettendo un errore, mi fecero deviare strada e così Pieroni vinse l'unica corsa della sua vita altrimenti lo avrei ripreso e probabilmente battuto in volata». L’ombra del doping. Nel 1964 passò Dilettante di terza serie correndo da solo per il Del Frate. Disputò 7 gare e si ritirò dall'attività agonistica. «In allenamento-ci dice l'imprenditore lucchese-stavo al passo con i miei compagni di squadra. In corsa molti di loro assumevano sostanze che alteravano i parametri fisiologici. Infatti durante la gara sembravano gazzelle in sella alla bici.Ma io volli rimanere me stesso, senza nessun aiuto innaturale.Non ho mai assunto farmaci per correre più veloce e vista la situazione decisi di smettere pensando a lavorare ed ai miei hobby: la caccia e la pesca».
Il rigetto. Proprio dopo aver visto certe pratiche Micheli dalla Firenze-Mare del 1964, sua ultima corsa, non è più salito su una bicicletta. Nemmeno per fare una passeggiata con gli amici tanto è stato il rigetto verso quel mondo che aveva amato. Lavorava nel settore calzaturiero ed aprì un'attività in proprio a Segromigno occupando una parte dello stabile di Almo Calzature riscuotendo la fiducia di Gino Alessandri.Dal 1974 invece gestisce un calzaturificio in Via Gheghi,costruito con i guadagni degli anni passati,occupandosi della fabbricazione di zoccoli per un decennio e di calzature e sandali dall'84 fino ad oggi.
Imprenditore di successo. Partendo dal niente ha acquisito clienti a livello europeo ed è entrato nel mercato americano servendo aziende di prestigio come la Bata. Tanti corridori sono ossessionati dall'idea di essere dei numeri uno del ciclismo. Invece Micheli ha fatto tesoro delle sue «ingenuità agonistiche», senza però farsi annebbiare il cervello e trasformandole in un imprenditore di successo. «Fare l'imprenditore - spiega Micheli-vuol dire alzarsi presto la mattina con una ragione di vita, vuol dire migliorarsi continuamente. Facendolo in modo trasparente cosa che lo sport non sempre ti insegna. Ho condiviso il lavoro fino ad oggi assieme a mia moglie Maria Grazia.Ho due figli ed una nipote di 9 anni ai quali dedico tutta la mia vita. Sono riuscito a crearmi una tenuta naturalistica ad Altopascio dove ho creato perfino un padule per attirare anatre selvatiche che caccio assieme alle folaghe, ai fischioni ed alle canapiglie e poi ho dato sfogo ad un’oasi faunistica dove si trovano a loro agio persino le cicogne che spesso vado ad ammirare».
L’amore per il calcio. Dal 1995 al 2014 Mario Micheli ha dato il suo nome anche ad un Trofeo ciclistico a livello amatoriale che si snodava su un circuito segromignese allestito dal Presidente dell'Uisp di Lucca Giuseppe Del Sarto e che arrivava davanti il suo calzaturificio. A livello dirigenziale, stanco e deluso dal ciclismo, si è dedicato per anni al calcio iniziando a fare il presidente in una squadra di calcio che portava il suo nome e che poi si è trasformata in Lammari 1986. Dalla Seconda categoria ha portato la squadra sino alla Promozione dove ha vinto la Coppa Toscana nel 2009 acquisendo automaticamente il diritto di accedere all'Eccellenza, massimo campionato dilettantistico regionale, nella stagione successiva. Una passione calcistica che alimentò da sponsor della Folgore Segromigno negli anni antecedenti al 2000. Nel 2009 per la prima volta nella sua storia il Lammari Mario Micheli partecipò al campionato di Eccellenza per poi chiudere con la società l'anno successivo per gli ingenti costi economici. Il suo nome farà sempre parte della storia del Lammari. Successivamente venne convinto a rientrare nel calcio dal presidente del Marlia, il medico Pardini. Accettò occupandosi della gestione degli Juniores che avevano come diesse Fabrizio Giovannini. «Sia a Lammari che a Marlia sono sempre stato in panchina con i vari allenatori avuti. Ci siamo tolti tante soddisfazioni, ma oggi dedico felicemente il mio tempo alla caccia ed alla pesca. Passioni che coltivo fin da ragazzo che non mi hanno mai tradito».
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