Il Tirreno

Lucca

«Rodi», il colosso lucchese innamorato del pugilato

di Valter Nieri
«Rodi», il colosso lucchese innamorato del pugilato

Roberto Di Grazia campione italiano dilettanti e più volte maglia azzurra passò professionista con il più grande manager di tutti i tempi Branchini

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LUCCA. Il Pugilato è uno sport che ha radici profonde in Lucchesia. Nel tempo ha sfornato buoni atleti e tra questi nei prima anni Settanta spiccava il nome di Roberto Di Grazia, per tutti gli appassionati e gli amici «Rodi». Il motivo? Duplice. Era innamorato della più grande delle isole del Dodecaneso in Grecia e da ragazzo si era appassionato alla storia del Colosso di Rodi, statua del dio Helios, una delle sette meraviglie del mondo antico. Nato ad Antraccoli il 4 ottobre 1951, l'esuberante «Rodi», una volta ottenuta la licenza media, si mise a lavorare nel Bar da Cornelio in via Galli Tassi, gestito dal padre Pietro. Come tutti i coetanei si divertiva a tirare calci al pallone. Ma ben presto si accorse che il football non era il suo sport. Allora provò a dedicarsi al ciclismo. Ma pedalare era troppo faticoso e poco redditizio. Non gli restava che il pugilato. Così provò a mettersi i guantoni ed a saltellare sul ring trovando nel padre, da sempre amante della boxe, il suo primo tifoso. D’altronde il suo fisico lo aiutava: robusto e con una lenta ma costante crescita della circonferenza toracica. Sul ring dimostrò subito di saperci stare. A 16 anni le prime sue apparizioni negli allenamenti furono nella palestra della Pugilistica Lucchese.

I primi incontri. Successivamente si tesserò con la Galileo Galilei di Pisa che rimarrà la sua unica squadra nell'intera carriera dilettantistica. Trovò ad accoglierlo l'allenatore Franco Morandi che credette subito nelle sue qualità. Nonostante a 17 anni fosse già un peso massimo (80-85 chili), Di Grazia mostrò sul ring velocità ed imprevedibilità. Morandi lo sfinì allo spasimo negli allenamenti al sacco e nelle flessioni e gli raffinò la tecnica sui diretti, sui ganci e sui montanti. A 17 anni l’esordio nei pesi massimi. «Il mio primo incontro.-ricorda Di Grazia - fu a Lastra a Signa e vinsi subito ai punti. Vinsi numerosi incontri,alcuni per ko. Avevo un gancio sinistro niente male. Non ero potente, ma arrivavo a segno anche dalla lunga distanza.Mio padre Pietro intanto organizzava i pullman al mio seguito. A volte con i clienti del bar ne riempiva anche più di uno per darmi un sostegno sul ring».

Campione e maglia azzurra. A 18 anni il suo primo titolo di campione toscano Dilettanti di terza serie ottenuto a Cascina.Il ring fu allestito nello stabile della Fiera del Mobile.Ma nel 1969 arrivò anche la prima sconfitta nel campionato italiano che si tenne a Castelfranco Veneto. Fu battuto, sia pure ai punti, da Gino Martinis,un pugile già navigato di diversi anni più grande e che aveva già un curriculum di 80 incontri.Ma per Di Grazia si aprirono comunque le porte della nazionale italiana e nel ritiro di Fiuggi affinava sempre di più le sue qualità. Il pugilato gli consentì di entrare a far parte della scuola militare di educazione fisica dell'Esercito italiano ad Orvieto. Con la Nazionale italiana dilettanti aveva come compagni di squadra Chiodoni, Violino, Oliva, Cianconi, D'Agnese, Di Costanzo,Dalla Rosa e Nardano. Uno dei successi che ricorda con maggiore affetto è la vittoria in Germania per 6 incontri a 5. In azzurro è stato dall'età di 19 fino a 22 anni quando passò professionista.

Anno magico da professionista. L'anno magico del pugile lucchese fu il 1971. In particolare per via di due incontri. Quello con Marcello Betti e quello con Amedeo Laureti che gli valse il titolo di campione italiano. In un primo momento non potè affrontare Betti in una riunione pugilistica che si tenne a Foligno perchè si infortunò ad una mano ed aveva un dito steccato.«Volli comunque andare a Spoleto a vedere gli incontri.Betti quando mi vide sorrise e mi disse: "hai trovato una scusa perchè avevi paura di incontrarmi".Io non replicai. Ma un mese dopo, smaltito l'infortunio, lo affrontai e nel corpo a corpo lo misi al tappeto in due sole riprese. Nella rivincita lo misi nuovamente ko con un jab sinistro. Lui trovò la forza di rialzarsi e terminare l'incontro. Il verdetto però fu unanime a mio favore. Da allora divenne mio amico.Prima del doppio match lui era secondo nella classifica nazionale ed io sesto. Con quella doppia vittoria si invertirono le posizioni ed io fui candidato per il titolo italiano contro un pugile che nessuno voleva incontrare perchè molto temuto:Amedeo Laureti».

Titolo italiano. Una sfida veramente entusiasmante che mandò in delirio gli spettatori fra i quali centinaia di lucchesi al seguito di «Rodi». Durante l'incontro furono entrambi contati. Tre riprese a ritmi intensi dove però prevalse ai punti Di Grazia che si fregiò del titolo italiano. Fra un incontro e l'altro Di Grazia si avvicinava alle pre-olimpiadi estive di Monaco di Baviera del 1972. Per la Nazionale venivano convocati i quattro migliori pugili per ogni categoria e lui rientrava nei pesi massimi. Ma all'ultimo momento la Federazione Pugilistica italiana incluse nella spedizione quattro categorie escludendo quella dei Massimi.

Incontro con Branchini. Nel 1973 «Rodi» si separa dal maestro Franco Morandi e dalla Galileo Galilei passando Professionista con la Vortice di Milano di Umberto Branchini, il «Cardinale del Pugilato», il più grande manager di tutti i tempi. Alle sue dipendenze sono usciti 11 campioni del mondo e 43 campioni europei.L'esordio fu a Viareggio contro un portoricano. Macht pari.

L’addio alla boxe. Il secondo segnò la sua carriera.Nettamente favorito perse alla palestra «Bacchettoni» contro Domenico Scala, un pugile napoletano tutt'altro che imbattibile. Ma quello che ferì Di Grazia non fu tanto la sconfitta quanto l’aver perso di fronte al suo pubblico. Nel professionismo gli incontri duravano 6-8 riprese. Per fare carriera il pugile lucchese avrebbe dovuto fare una vita più regolare. Allenarsi di più, non avere grilli per la testa. Insomma condurre una vita di sacrificio lasciando da parte il divertimento. Impossibile rinunciare alle ragazze, alla discoteca e al buon cibo. Così preferì darci un taglio. Chiuse la carriera con 40 vittorie, due pari e 4 sconfitte e tornò a lavorare con suo padre nel bar di via Galli Tassi. Si sposò con Antonella ed ebbe due figli,Pietro che oggi ha 41 anni e Ramona che ne ha 37.

Sostituito da Zanon. Nel frattempo al suo posto il manager Branchini fu costretto a ripiegare su Lorenzo Zanon contribuendo a farlo diventare campione europeo e a difendere per due volte il titolo per poi debuttare nel 1977 negli Stati Uniti in un incontro entusiasmante perso contro Ken Norton,che quell'anno conquistò il titolo mondiale Wbc e Wba e che salì alla ribalta nel 73 per aver fratturato una mascella al grande Muhammad Ali. Ma «Rodi» non ha rimpianti: «Non sappiamo risponde cosa ci può riservare il destino. Io sono felice così. Ho fatto il commerciante di bar per tanti anni,oggi gestisco il Ristobar Colombo a Borgo Giannotti ed assieme a mio figlio Pietro il Bar Celide.Ho vissuto felicemente con la mia famiglia ed ho 2 splendidi nipoti, Carlotta di 10 e Manuel di 7 anni che vado a prendere a scuola. È bello fare il nonno quasi come tirare di boxe».

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