Il Tirreno

Lucca

Il lavoro sul campo la ricetta vincente del «Normal One»

di Luca Tronchetti
Il lavoro sul campo la ricetta vincente del «Normal One»

Lopez predilige il 4-2-3-1, ma non è un integralista «Mio padre era un operaio, io sono privilegiato»

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LUCCA. In un mondo di «Special One» lui è un «Normal One». Autentico, genuino, equilibrato. Come i suoi maestri Renzo Ulivieri ed Edy Reja. Nessuno gli ha mai regalato niente e la sua carriera l’ha costruita attraverso l’unico linguaggio che conosce: quello del lavoro. Un lavoro che Giovanni Lopez svolge con il sorriso e l’entusiasmo di quando, bambino, correva dietro a una passione calciando una sfera di cuoio tra le strade sconnesse del quartiere popolare di Val Melaina, la zona nell’agro romano dove il grande Vittorio De Sica ambientò «Ladri di biciclette», un capolavoro del neorealismo. In fondo si sente un privilegiato. Non si dimentica, il tecnico rossonero, dei sacrifici fatti da papà Luciano, che per quasi 40 anni si è spaccato la schiena sui cantieri, e da mamma Pina che ha tirato su quattro figli. La storia di Giovanni Lopez - difensore centrale dai piedi educati e vincitore di due coppa Italia (Vicenza e Lazio), una Supercoppa italiana (Lazio), una Coppa delle Coppe (Lazio) e protagonista di 4 promozioni con le maglie di Vicenza, Napoli e Torino - inizia in una torrida estate del 1978 quando un osservatore della Lodigiani, Bruno Iafolla, nota quel ragazzino dai capelli neri muoversi in campo con grande disinvoltura in un torneo studentesco.

Cocco di mamma. «Avevo 11 anni - racconta Lopez - e sino a quel momento giocavo per strada. Quell’incontro mi ha cambiato la vita. Da quel giorno sino al momento del mio primo contratto da professionista la mia giornata è stata scandita dagli orari. Mi alzavo alle sei del mattino con i libri e la borsa da calcio della Lodigiani e tornavo a casa alle 7 di sera. Con me c’era Gigi Apolloni, il mio primo grande amico nel calcio vero». Lopez in famiglia era il cocco di mamma, ultimo figlio nato dopo tre femmine: «I miei non avevano troppo tempo per starmi dietro. Non hanno mai interferito sulle mie scelte. Volevano solamente che prendessi un pezzo di carta e mi trovassi un posto fisso. Ho esaudito il loro primo desiderio (diploma professionale di arti grafiche), ma sul secondo forse li ho delusi anche se mi hanno perdonato. Il calciatore e l’allenatore sono mestieri precari. Ben pagati, ma precari. Mamma Pina si è accorta che sarei diventato un calciatore soltanto quando a 17 anni e mezzo i dirigenti della Lodigiani mi hanno venduto al Varese. Si è messa a piangere, non voleva mandarmi via. Una scena che ricorderò per sempre. Oggi i genitori sono diversi. A volte mi chiedo se sia un bene o un male perché l’eccessiva presenza sugli spalti di parenti che credono di avere a casa Totti condiziona il rendimento dei ragazzi che devono giocare con la testa libera da condizionamenti».

Nascosto sotto la macchina. I primi mesi a Varese furono traumatici. «Nebbia, freddo, gli amici lontani, società che in due stagioni dalla B finì in C2. Volevo tornarmene a Roma. Ma alla fine il mio buon carattere e la forza di volontà ebbero il sopravvento. Debuttai in C1 (Varese-Prato 3-1) annullando Maniscalco, bomber di categoria. Da lì in poi ho sempre giocato. E sono rimasto 5 anni. Ho conosciuto mia moglie Simona e incontrato Reja, uno dei tecnici che mi ha cambiato la vita. Non resti tanti anni in un posto se non ti comporti bene. Con i tifosi ci incontravamo in birreria e parlavamo di tutto. Una condivisione che oggi non esiste più». Nel 1989 il passaggio in C1 alla Fidelis Andria. «Mi portò Soldo avuto a Varese. L’ambiente era caldo. Dopo una partita persa io e il portiere Imparato ci siamo nascosti sotto una macchina per sfuggire ai tifosi».

Un aereo a disposizione. A 24 anni la telefonata della svolta. «Ero dal parrucchiere quando mi chiama a casa Renzo Ulivieri allora tecnico del Vicenza. Al telefono risponde mia mamma e lui lascia il suo numero. Rientro, lo chiamo e poco dopo il Vicenza mi organizza un volo Roma-Milano. Arrivo firmo il contratto che mi porta il dg Sergio Gasparin e mezz’ora dopo salgo su un altro aereo che mi riporta a casa. Mi dissi “se un club ha queste attenzioni nei miei confronti devo esserne all’altezza”». E così ho rinunciato anche al viaggio di nozze. Mi sono sposato il 7 luglio del 1991 e il 10 ero già in ritiro.

Vicenza come Lucca. Francesco Monaco sta alla Lucchese come Giovanni Lopez sta al Vicenza. Nelle due città per riconoscerli basta una parola: Capitano. «Vicenza è casa mia. Dal 1991 al 1997 come calciatore e dal 2013 alla fine del 2014 come allenatore ho vissuto con quella maglia cucita sulla pelle. I primi trionfi li ho assaporati lì. Sensazioni straordinarie, momenti irripetibili, con una città impazzita per la Coppa Italia vinta nel 97. Lucca per certi versi assomiglia a Vicenza. Mi piacerebbe rivivere in questa città, lontana dal calcio vero da troppi anni, emozioni come quelle vissute in Veneto».

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