Gioco
Il calzolaio del ciclismo nel ricordo dei campioni
I racconti inediti della figlia di Luigi Colombini, il ciabattino di Lunata che inventò speciali scarpini che davano sollievo ai corridori evitando le dolorose vesciche
LUCCA. Sono passati 35 anni dalla scomparsa di Luigi Colombini, ma il suo ricordo è ancora vivo negli appassionati di ciclismo e anche nei più grandi campioni italiani e stranieri che hanno calzato le sue scarpette. Nato a Lunata il 9 maggio 1911 Colombini fin da ragazzo faceva il ciabattino e amava il ciclismo. Arrivò a indossare anche la maglia dell’Us Lucchese a livello dilettantistico. Un buon velocista che condivideva con Antonio Poli, allora compagno di squadre ed amico fraterno, la passione per le due ruote. Ma soffriva in salita ed a fine gara gli bruciavano i piedi e si formavano sulla pianta delle vesciche che gli arrecavano un dolore tremendo specialmente quando doveva alzarsi sui pedali. E così sperimentò su se stesso un nuovo modo di modellare le scarpette. Fu il primo calzolaio al mondo a mettere una lastra di acciaio fra le due suole cucendo tutto a mano. In quel modo la suola non si piegava e il fastidioso bruciore ai piedi che provocava le vesciche veniva eliminato. Una rivoluzione per l’epoca. Ebbe tante richieste dai ciclisti da trasformare la sua stanza di ciabattino in un laboratorio artigianale costruendo con le sue mani scarpette su misura con forme di legno personalizzate per ogni atleta. Ne realizzava un paio al giorno. Un po’ come l’artigiano del legno che da un tronco realizzava uno stuzzicadenti perfetto descritto dalla coppia comica Tognazzi-Vianello in «Un, due, tre» celebre trasmissione di varietà degli anni Sessanta. Ma le sue scarpette erano autentiche opere d’arte capaci di lenire le sofferenze dei ciclisti, campioni o gregari che fossero.
Coppi e il regalo. Ben presto nell’ambiente del ciclismo la notizia delle scarpette magiche si sparse tra i corridori professionisti e Colombini venne invaso di richieste da esaudirre. Cliente fisso ed affezionato era anche Fausto Coppi. Nel periodo di riposo dalle gare il «Campionissimo» spesso svolgeva la preparazione in Toscana ed alloggiava all'Hotel Cavalieri di Pisa. Raggiungere Lunata per lui era una passeggiata. A raccontare aneddoti e curiosità inedite è la figlia di Colombini, Laura, insegnante in pensione che ha conservato gelosamente le magliette che i campioni regalavano al papà che nel 1946 sposò Bruna Di Pego di Camigliano. «Fausto Coppi era una persona elegante-ricorda l’ex insegnante - faceva fare le scarpette prima a tutti gli atleti della sua squadra e poi quelle personalizzate e pagava di tasca con puntualità svizzera.Un giorno arrivò nella nostra modesta casa assieme a Giulia Occhini, la famosa “Dama bianca”. Ero a letto con il morbillo e sentendo mio papà che dialogava con il più grande campione del ciclismo mondiale gridai che volevo conoscerlo. Nella mia stanza piombò la Dama Bianca, una donna di una bellezza raffinata e che emanava un profumo che non ho più dimenticato.”Fausto ti ha portato questo regalo” mormorò. Era un caricatore di zollette di zucchero che non avevo mai visto. Una volta guarita ricordo che lo portai orgogliosamente a scuola mostrandolo alle mie compagne di classe».
Le calzature dei campioni. A indossare le scarpette modellate su misura da Colombini i più forti corridori dell'epoca: da Fiorenzo Magni allo svizzero Ferdi Kubler (il più anziano vincitore di un Tour vivente con i suoi 95 anni) sino all’altro elvetico Hugo Koblet. Gino Bartali poi era di casa, come tutti i grandi campioni toscani che si sono succeduti nel tempo: da Alfredo Martini a Gastone Nencini da Ercole Baldini a Roberto Poggiali, da Walter Riccomi,a Franco Bitossi che è stato testimone di nozze del matrimonio tra Laura Colombini e Natale Mariani nel 68. Anche Eddy Merckx Jacques Anquetil, Luison Bobet, il tedesco Rudi Altig, lo svizzero Josef Fuchs, il due volte campione del mondo Freddy Maertens, Roger De Vlaeminck, Gianni Motta,Felice Gimondi,Vittorio Adorni, Italo Zilioli e Francesco Moser hanno fatto visita alla bottega di calzolaio di Lunata. Nel laboratorio venivano conservate e numerate anche le loro forme plantari.Le scarpette di Colombini si distinguevano nella fustella perchè rifinite con la linguetta a tre punte con quella centrale più grande. La popolarità di questo ciabattino giunse a conoscenza anche dello stlista Salvatore Ferragamo. «Ricordo- prosegue nel suo racconto Laura Colombini- che un giorno si fece accompagnare fino a Lunata da Fiorenzo Magni per conoscere mio padre e convincerlo a trasferirsi a Monza assieme a noi familiari per lavorare nella sua azienda.L'offerta economica era allettante ma papà amava troppo i suoi luoghi, non usciva mai dal paese e dalla sua Lucca. Era affezionato al suo lavoro di piccolo artigiano e non se la sentiva di lasciare il suo paese per trasferirsi in una grande città.
Eddy Merckx in casa. Nel corso di una tappa del giro d'Italia che partiva da Montecatini ed attraversava Lucca passando dalla via Pesciatina Merckx si fermò in prossimità dell’abitazione di Colombini. «Fermò il gruppo per salutare mio padre e così fecero gli altri. Il "Cannibale" si spinse oltre. Mentre il gruppo ripartiva, si trattenne in casa nostra per svariati minuti tanto era legato a quell’umile Geppetto».
L’amicizia con Moser. Uno dei corridori che frequentavano più spesso il laboratorio di Colombini era Francesco Moser. «Era diventato uno di casa. Da dilettante correva per il Bottegone di Quarrata,città dove viveva nel periodo agonistico in quanto il clima della Toscana era migliore rispetto a Palù di Giovo dove risiedeva.Tutti i giorni quando si allenava passava a salutare mio padre, per lui ormai più che un confidente e un amico. Il legame con lui è rimasto inalterato nel tempo tanto che mia figlia Vincenza nel 1998 quando si laureò intitolò la tesi "L'educazione fisica attraverso l'avviamento al ciclismo" con prefazione proprio del campione trentino». Frequenti le visite anche di Felice Gimondi,una persona seria che parlava poco, proprio come papà. «Ero impegnata diverse ore nella giornata a rispondere alle tante richieste al telefono pubblico che avevamo davanti casa e quasi sempre era un corridore. Papà prima di accettare l'ordine chiedeva a tutti una maglia che indossavano in corsa e che io ho conservato gelosamente come ricordo».
La bici del Campionissimo. La vita di Luigi Colombini fu troncata da un infarto il 4 agosto 1980 mentre stava dando il mangime alle galline nell'orto di casa. Il primo ad accorgersene fu Vivaldo Cipollini, padre dei due fratelli Mario e Cesare. L'ex campione del Mondo era ancora un ragazzo quando Luigi cominciò a preparargli le scarpette. Per oltre 50 anni la Velo club Coppi Lunata in onore di Colombini tenne esposta nella sede sociale una bicicletta di Fausto Coppi che il Campionissimo regalò al calzolaio in segno di amicizia, esposta con la seguente frase: «Fu sua,ci corse e ci vinse». Una delle sue più grandi gioie fu la nascita del nipote Ido che fece a tempo a vederlo vincere la prima corsa da giovanissimo mentre indossava la maglia dell'Uc Bozzano Fanini Berti Arredamenti.
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