Gioco
Una vita su due ruote al fianco dei più grandi
Ha staccato Bettini, zittito Chiappucci e ammirato Indurain: è Nicola Ramacciotti il fenomeno lucchese del ciclismo anni ’90. «Il professionismo? Pagava poco ..»
LUCCA. Ciclista quasi per caso, con una carriera durata appena 7 anni compreso il professionismo ma con diversi punti interrogativi ancora oggi da sciogliere. Questa è la storia del lucchese Nicola Ramacciotti, 42 anni compiuti da poco. Iniziò a correre da juniores sollecitato da suo padre Mansueto, allora cicloamatore, che lo convinse a provare con la Coppi di Lunata fortemente voluto da Narciso Franceschi. Una scommessa andata a buon fine: Ramacciotti giunse 5° all'esordio in un circuito di San Giuseppe di Montecarlo. Era la prima volta che impuntava i pedali e si sollevava in sella, dimostrando di avere le caratteristiche del corridore. Nel ’91, al secondo anno da juniores, arrivarono le prime vittorie. La più importante nella Coppa Linari a Buggiano, ottenuta dopo una fuga da solo di 30 chilometri. Qui emersero il piacere di confrontarsi con i propri limiti nel rispetto dell'avversario e le sue qualità di passista, alle quali più avanti verranno aggiunte quelle di scalatore. «Non dimenticherò mai il 91 – dice l'ex corridore lucchese – vinsi anche a San Giuseppe di Montecarlo, quella gara dove l'anno prima feci l'esordio assoluto, battendo in una volata a due proprio il corridore del Montecarlo che era la società organizzatrice, Renato Avanzinelli. Da quel momento intuivo che fare il corridore poteva veramente diventare il mio mestiere».
Staccato Bettini. La serietà dell'atleta e la sua costante crescita di rendimento lo fecero salire di categoria, passando dilettante con la Magni Arredi di Casalguidi diretta dall'attuale ds del Gragnano Marcello Massini.Un anno però che condivise con gli obblighi di leva a Bologna, dove fu inserito nella compagnia atleti.
C'era soltanto da far trascorrere il tempo per rivederlo, una volta congedato, stabilmente al via con uno squadrone dell'epoca: il Bottegone che l'anno prima aveva nelle proprie fila un grande campione come Michele Bartoli. Era il 1993 e la politica del Bottegone fu quella del rinnovamento. «Sì – risponde Ramacciotti – eravamo tutti giovani con due "senatori" Alessandro Baronti e Alessio Galletti, anni dopo morto in corsa per un infarto. Il nostro ds era Sandro Lerici. In quella stagione ottenni diversi piazzamenti, ricordo un quinto posto a S.Gimignano». Nel ’94 arrivarono le sue prime vittorie nella nuova categoria. Il Bottegone cambiò denominazione in Giusti Edilizia e Ramacciotti si impose a Tendola in Lunigiana e a San Casciano Val di Pesa, vincendo alla sua maniera:staccando tutti con 30 chilometri di fuga solitaria. Quel giorno un grande campione vinse la volata del gruppo per il secondo posto. «Era Paolo Bettini – esclama – Certo, a dirlo oggi mi vengono i brividi. Ma posso dire di aver staccato un due volte campione del mondo».
Nel ’95 una nuova squadra:la Filati Alessandra diretta da Leonardo Gigli e presieduta da Fabio Pistolesi. Vinse una sola gara, ma ottenne un record di 35 piazzamenti nelle prime dieci posizioni. Il successo lo ottenne nella 5ª tappa del Giro della Vallonia, in Belgio. Una corsa che si concluse a Charleroi, interamente pianeggiante ma resa difficile e faticosa dai molti chilometri di pavè. «Sono passati 20 anni – ricorda – ma ho ancora nelle orecchie le urla dei molti tifosi italiani residenti in Belgio che mi incitavano».
Chiappucci, che vuoi? Nel ’96 passò professionista con la Cantina Tollo diretta da Stefano Giuliani e Giuseppe Petito. L'impatto fu micidiale.Il passo era enorme: c’era da confrontarsi con i più forti corridori al mondo. Ma Nicola, armato di pazienza e di volontà, non disperò nemmeno quando, lui che era giovane e neo prof subiva osservazioni in corsa dai grandi campioni. «A una tappa del Giro di Sardegna mentre mi trovavo nel treno dello sprint conclusivo – racconta – Claudio Chiappucci, che aveva il compito di lanciare la volata all'uzbeco Abdoujaparov, mi si avvicinò urlando: “Giovane, esci!”. Gli risposi: “Fatti i cavoli tuoi”. Non lo avevo riconosciuto. Quando mi accorsi chi era mi feci da parte pentendomi di quella risposta».
Niente soldi. Nel biennio ’96-’97 Ramacciotti otterrà qualche piazzamento ma alla fine della stagione si ritira. Non perché non arrivavano i risultati (in così poco tempo era difficile averne) ma perché ai giovani corridori le squadre professionistiche non danno sicurezza. «Non riscuotevo da sei mesi, avevo bisogno di uno stipendio e di pensare a metter su famiglia. Mi ritrovai a lavorare nel negozio che mio padre gestiva assieme a mio zio, lo stesso che abbiamo ereditato io e mio cugino Stefano. Si chiama Lucca Service. È in via della Formica a San Concordio. Un lavoro che mi accontenta ma ho due rimpianti. Quali? Mi sono ritrovato fuori dal ciclismo senza accorgermene. Pur conoscendo i miei limiti, avrei voluto vedere dove potevo arrivare. E poi per non deludere il mio vero ed unico maestro: Narciso Franceschi e la sua famiglia». Per ognuno dei campioni incontrati, Ramacciotti conserva un ricordo: «In particolare l’umanità di Franco Ballerini e l'umiltà e la classe di Miguel Indurain». L’ex corridore ora vive a S.Lorenzo di Moriano, felicemente sposato da 13 anni con Chiara: ha un figlio, Lorenzo, di 2 anni e mezzo. E già va in bicicletta...
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
