Il Tirreno

Lucca

«Stoppai la palla dal limite e la misi nell’angolo»

di Luca Tronchetti
«Stoppai la palla dal limite e la misi nell’angolo»

L’ex difensore Raffaele Spadaro ricorda il gol della vittoria dei rossoneri 42 anni fa all’Helvia Recina

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LUCCA. Quarantadue anni fa a dieci minuti dal termine mise a segno il gol del 2-1 che permise ai rossoneri di espugnare l’Helvia Recina di Macerata. Da allora la Lucchese non ha più incontrato la formazione marchigiana e quella rete resta l’ultima negli scontri tra le due compagini. Era il 17 febbraio 1973 e a realizzarla fu un difensore centrale - un tempo si chiamava stopper - della squadra guidata dal compianto Sergio Castelletti. Raffaele Spadaro all’epoca era un marcantonio di 24 anni, più fisico che tecnico, bravo nell’anticipo e nell’uno contro uno che proveniva dal settore giovanile della Juventus. Lui a Lucca ha messo radici. Oggi quel giovanotto ha 66 anni e vive con la moglie in un appartamento a San Marco. Nel 1981 - attaccate le scarpette al chiodo - ha iniziato a lavorare come rappresentante di prodotti per coiffeur e anche oggi continua a lavorare nonostante abbia maturato i requisiti per la pensione.

Mi ritorni in mente. Nella Lucchese Spadaro ha giocato due stagioni: 1971-72 e 1972-73 per un totale di 53 presenze e 3 reti. Due gol (contro altrettante vittorie al Porta Elisa contro Empoli e Imola) nella prima stagione sotto la guida di Bergamasco e una l’anno dopo sotto la direzione di Castelletti: «In carriera avrò segnato 10 reti e quella a Macerata non la scordo più. È stata l’ultima con la maglia della Lucchese. Ricordo un cross dalla destra, io che mi ero inserito dalle retrovie stoppo la sfera di petto al limite dell’area di rigore e calcio al volo mandando il pallone a gonfiare la rete nell’angolo più lontano rispetto alla posizione del portiere. Un gol da attaccante vero, di quelli che avevo visto fare al mio amico Roberto Bettega nelle giovanili bianconere».

C’era una svolta. Compagno di camera di un certo Bobby gol alias Roberto Bettega, grande amico di Franco Causio, il barone del calcio italiano, Raffaele Spadaro era destinato ad una carriera importante. Ma gli piaceva troppo la bella vita e oltre a rincorrere il centrattacco avversario non riusciva a staccarsi dalle belle ragazze. «Già. - ricorda ancora con un misto di rimpianto ed ironia - Alla vigilia del debutto in serie A con la maglia del Varese, all’epoca guidato dal barone Nils Liedholm e dove ero giunto in prestito dalla Vecchia Signora che credeva fortemente nelle mie qualità di difensore centrale, mi fregai con le mie mani. Dovevo esordire contro il Bologna alla sesta di campionato nella stagione 1970-71. Il mio nome era comparso anche sulla Gazzetta e a farlo era stato proprio il tecnico svedese. Ma io avevo un appuntamento galante. Al cuor non si comanda e così scappai dal ritiro. Rientrai di notte, ma quella fuga non passò inosservata. Tradì la fiducia di Liedholm e non debuttai mai in A.

Lucca: lo stadio e l’amore. Fu la Lucchese a fargli incontrare la donna della sua vita: «La seconda stagioni subì un infortunio di gioco e mi portarono in ospedale. E proprio lì in reparto conobbi una ragazza di Roma che era sorella di un anestesista dell’ospedale che viveva a Lucca. Fu amore a prima vista. Da quel momento ho messo la testa a posto: l’ho sposata e sono rimasto a vivere vicino le Mura quando dopo aver militato nella Massese, nella Reggina (5 stagioni) e nel Cosenza (un anno nel Bagni di Lucca in Promozione) ho chiuso con il calcio». Allo stadio però non va più da tempo: «Ricordo il Porta Elisa gremito tutte le domeniche con 10-12mila spettatori. Adesso mette tristezza. Oggi le partite le guardo in tv. Tifo Juve, ma nelle Coppe sostengo tutte le formazioni italiane. Come finisce Maceratese-Lucchese? Vincono i rossoneri e magari il gol della vittoria lo fa un difensore». Proprio come 42 anni fa.

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