Il Tirreno

Lucca

Il TECNICO AVVERSARIO

Petrone e i rapporti umani «Il gruppo merita la serie B»

di Luca Tronchetti
Petrone e i rapporti umani «Il gruppo merita la serie B»

LUCCA. «In momenti come questo il calcio ha poca importanza. Sono vicino alla gente della Lucchesia per il disastro ambientale che ha provocato danni milionari distruggendo un patrimonio secolare di...

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LUCCA. «In momenti come questo il calcio ha poca importanza. Sono vicino alla gente della Lucchesia per il disastro ambientale che ha provocato danni milionari distruggendo un patrimonio secolare di inestimabile bellezza. Sono cresciuto ai tempi del terremoto in Campania e conosco bene la parola solidarietà». Non capita tutti i giorni di trovare un allenatore che invece di parlare della partita chiede notizie sulla tempesta che ha sconvolto la Toscana. Ma Andrea Petrone, 42 anni ancora da compiere, tecnico di un Ascoli Picchio sempre più lanciato verso la conquista della serie B, è un uomo pieno di valori. Per lui la parola data vale più di un contratto. Oggi se il trainer campano cresciuto a pane e calcio ai tempi di Maradona avesse contravvenuto a principi ferrei inculcati dal padre meccanico e dalla mamma casalinga sarebbe l'allenatore della squadra capolista tra i cadetti: il Carpi: «Ho perso un treno che avrebbe potuto condurmi al successo dicendo no al ds emiliano, Cristiano Giuntoli. Quest'estate mi telefonò per offrirmi la panchina dei biancorossi. Ma 24 ore prima avevo ricevuto la proposta del presidente dell'Ascoli e mi ero impegnato sulla parola. Così senza pensarci un secondo ringraziai Giuntoli e gli dissi che ero impegnato. Non potevo tornare indietro con i marchigiani, non sarebbe stato serio. Avrei finito per non potermi guardare più nello specchio». Una scelta, quella di Ascoli, che si sta rivelando vincente: «Adesso ho una squadra consapevole della sua forza, che ha accresciuto la sua autostima, che gioca un buon calcio e che dispone di ventidue titolari che in allenamento si contendono una maglia. Ma non sono state tutte rose e fiori. Ad inizio stagione mi sono ritrovato con un gruppo da amalgamare e le difficoltà non sono mancate. Ho avuto la fortuna di guidare ragazzi di grandi valori umani a cui sono riuscito a trasmettere motivazioni, fame e voglia di vincere questo campionato. A gennaio con l'arrivo di Nardini e Grassi la società ha completato l'opera. Adesso non ci sono più gerarchie: tutti devono dimostrare di meritarsi il posto. Prenda per esempio Berrettoni, il nostro capitano. È il leader della squadra, ma quando non è in forma può essere un handicap invece che una risorsa e la squadra finisce per risentirne più del dovuto. Con l'arrivo dell'ex rossonero Grassi adesso Berrettoni va in panchina. Ma è un ragazzo molto intelligente e sa che appena lo rivedrò sui suoi standard tornerà titolare». Petrone è un predestinato della panchina: «Ho smesso a 27 anni perché anche da calciatore avevo giàla testa alla panchina. Mi sono trovato a gestire giocatori più grandi di me. Esperienze che ti fanno crescere a livello temperamentale e fortificano il carattere. Io tra il calciatore e l'uomo scelgo sempre l'uomo. Il modulo? Guardi che non c'entra niente. Io sono per un calcio propositivo perché lo sport dev'essere uno spettacolo ed è colpa nostra se gli stadi sono vuoti: non sappiamo più emozionare». Sulla Lucchese ha un'idea precisa: «All'andata i rossoneri non mi dispiacquero. Una squadra con una precisa identità: voleva imporre il proprio gioco. Peccava d'ingenuità per la giovane età dei suoi interpreti. Ricordo che segnammo subito su palla inattiva e la partita fu tutta in discesa. Ma vincemmo al di là dei nostri effettivi meriti. Oggi la è un'altra squadra. Hanno preso calciatori esperti come Mingazzini e Di Masi, hanno avanzato Lo Sicco e sistemato Nolé sull'out sinistro. Noi abbiamo diversi assenti, ma non sono preoccupato. Andiamo in campo per conquistare i tre punti e lo vogliamo fare attraverso il gioco».

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