Il Tirreno

Lucca

Quella notte magica che ci regalò l’impresa

di Duccio Casini
Quella notte magica che ci regalò l’impresa

Alla Favorita di Palermo fu scritta una delle pagine più belle della storia del calcio rossonero

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LUCCA. Ventiquattro anni dopo a pensare a quella notte mi vengono ancora i brividi. In decenni di Lucchese, seguita prima da tifoso (prima gara vista al Porta Elisa nel 1964) e poi da cronista, quella di Palermo è stata la soddisfazione più grande. Più ancora di quelle provate con le promozioni. Un mix di tensione ed emozioni quel 30 maggio 1990 vissute dentro lo spogliatoio della società presieduta da Egiziano Maestrelli che aveva con sé professionisti con la “p” maiuscola: il ds Pino Vitale, il segretario Fabio Bonelli, il dg del settore giovanile Alessandro Bianchi, l’accompagnatore Giovanni Mineo. Tutta gente di calcio. Di quello vero. In campo a guidare i “giovanotti” c’era Corrado Orrico, che forse con un carattere diverso avrebbe allenato a livelli ancor migliori di quelli toccati nella sua pur ottima carriera. Era un piacere seguire quella Lucchese. E anche motivo d’orgoglio: negli alberghi, negli stadi, nei ristoranti l’accoglienza per la squadra – e di conseguenza per la stampa - era quella riservata a un club d’alto bordo. La Lucchese si era conquistata la fama di società seria, puntuale nei pagamenti, corretta nei rapporti. Diciamolo: avrebbe meritato di andare A. Ma questa è un’altra storia.

Ma torniamo a quella calda notte. All’andata era finita 2-1 per i rossoneri (gol di Simonetta, pari del capitano rosanero De Sensi e rete di Russo), la finale si annunciava una bolgia. La Favorita di Palermo riapriva dopo i lavori di adeguamento per ospitare le partite dei Mondiali di Italia ’90, c’erano 34mila spettatori, i bagarini vendevano a 300mila lire biglietti che sarebbero costati 40mila. In città l’atmosfera era elettrica, di grande e spasmodica attesa.

Nell’hotel della Lucchese, a Mondello, invece, apparente serenità. Concentrazione massima. Orrico con il sigaro Toscano in bocca che caricava i suoi, negli occhi dei giocatori la consapevolezza che sotto la luce dei riflettori sarebbe stata battaglia. Da qui l’ordine di scuderia di non abboccare alle provocazioni, di non reagire ai falli, di pensare a giocare «che i più forti siamo noi» ripeteva l’Omone.

Alle 18 l’arrivo allo stadio. Nelle strade vicine auto in colonna, file ai botteghini, musica a palla dagli altoparlanti dello stadio. Tra i tifosi rosanero la certezza che la festa l’avrebbero fatta loro al fischio finale.

Non andò così.

Ai rigori – dopo i 90’ finiti 1-0 per il Palermo con la rete di Bresciani favorita da un errore di Pinna – vinse la Lucchese. A trasformare il penalty decisivo fu Pascucci. A dire il vero, quando dalla tribuna vedemmo lo stopper andare sul pallone ci fu qualche secondo di perplessità. Far calciare a un difensore non proprio dai piedi buoni il pallone che poteva essere (e fu) determinante pareva un azzardo. Ma Carlo smentì tutti, si tappò le orecchie quando Cangini cercò di fargli perdere la concentrazione («“sbaglialo, sbaglialo» gli diceva) e tirò una botta che superò Pappalardo.

Vittoria. Coppa Italia alla Lucchese. Favorita ammutolita. Rossoneri impazziti dalla gioia.

Il momento più toccante fu vedere Monaco e compagni alzare la coppa sotto la curva degli ultras rosanero che, sportivamente, tutti in piedi applaudirono la squadra che aveva meritato di più: la Lucchese, da appena tre giorni promossa in serie B.

In albergo, al Charleston, la festa la facemmo noi. Con una decina di tifosi arrivati in auto e aereo mentre a Lucca c’erano cortei di appassionati con le bandiere al vento. Monaco, che accusava forti dolori alla schiena e che Orrico convinse a giocare e che poi fu tra i migliori, aveva le lacrime agli occhi. Pascucci inondava tutti di champagne. Castellacci e Tambellini, i due medici sociali, sembravano bimbetti tanto saltavano e urlavano. Andammo a letto quasi all’alba. Ma non dormì nessuno.

Ragazzi, che notte quella notte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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